Dora

Dora

Dora

 

Il silenzio sottende respiri trattenuti, nessun indizio di stoviglie o voci dalla cucina, nessun suono dal mare, la luna risucchia le acque in un moto afono, denso, di sinistra marea. Dora mi guarda. Vorrei dirle che Bebe ha labbra sottili e che le ho succhiate fino a gonfiarle guardandola in quei suoi occhi da demone shintoista, e che lo stesso ho fatto con le labbra sottostanti sempre guardandola negli occhi da sotto in su. Vorrei dirle che Bebe ha trent’anni meno di lei. Dirle che al momento di andarmene, Bebe mi ha promesso di inviarmi certe sue foto, e di come ridacchiava divertita mentre mi mimava nell’atto di masturbarmi nel futuro dei giorni guardando le sue foto appena ricevute. Dirle che nella sua grazia scurrile questa thai, tutte le thai che conosco sono ossimori viventi. Sono letteratura incarnata da studiare avidamente come la poesia naturale di Lucrezio e i petrarchismi di Leopardi. Vorrei dirle del vigile che ferma il traffico fuori della scuola internazionale di Lamai, che ha capelli nerissimi tirati insù e che, gesticolando per far attraversare rapidamente i bambini, agita la coda di cavallo tinta di biondo visone come sventolasse una bandiera gialla di pericolo incorporata nella sua persona. Dirle della betoniera che venendo qui mi tallonava facendosi prepotentemente largo tra i motorini in corsa, e del cane accucciato sulla carreggiata che faceva scattare le fauci alla volta delle mosche che gli giravano attorno analogamente ai motorini ronzanti attorno alla betoniera. Dirle che ogni cosa è connessa a qualche altra, forse ciascuna cosa a tutte le altre. Dirle che il Golfo di Thailandia, vasto com’è, non supera gli ottantacinque metri di profondità massima, quando il Lago di Garda, il mio lago, sfiora i quattrocento, e nell’abisso sono grotte, e dentro le grotte sono occhi bui di creature misteriose addormentate e sono occhi lucenti di creature non meno misteriose, in agguato. Dirle della ladyboy entrata in un FamilyMart con il cerchietto per i capelli ornato con orecchie d’asino. Della catena dei FamilyMart che qui a Lamai va soppiantando la concorrenza dei Seven-Eleven. Vorrei dirle che certe mattine di sole una thai molto anziana lucida la sua BMW bianca con un panno bianco, e ogni volta la scena mi fa pensare al Connecticut, all’Alabama, alla Virginia, a una certa provincia americana che non ho mai visto e non vedrò se non nei film. Vorrei dirle che sto diventando thai, che lo sono sempre stato, e che questo, soltanto questo, non è del tutto vero.

Di dove sei di preciso, dico.

L.A.

Che fai a Los Angeles.

La vedo illuminarsi come pioggia sotto la luce di un lampione. Sbagliavo, non mi guardava come aspettasse da me qualcosa di me. Mi guardava come aspettasse da me qualcosa di sé.

Sono una stuntwoman. Le teste di tutti si girano all’unisono come se in questo silenzio da vuoto pneumatico fosse esplosa una bomba. Ogni cosa è connessa a qualche altra, ciascuna cosa a tutte le altre, incluse le teste, tranne quella di Marcel, evidentemente già al corrente. Guarda il nulla lanciandogli sorrisetti compiaciuti, discreti come peti silenziosi.

Dove lavori?

Hollywood. E ovunque al mondo mi chiamino.

Che tipo di scene fai?

Tutte, escluse quelle in moto, ho il terrore delle moto.

In macchina, invece?

Non hai idea. Ti legano nell’abitacolo, ti immobilizzano. Alla fine, è come fossi ingessata. A mala pena riesco a raggiungere i pedali, a girare il volante.

Paura? Porta pazienza, sono curioso, sono scrittore.

Da morire.

La paura non è reale.

Oh no, è molto reale.

Non è reale. Il pericolo lo è. Il pericolo è reale. La paura no. È un sottoprodotto della mente.

Io ho sempre una fottuta paura.

Quando guido la moto, il pericolo è in agguato in ogni angolo, specialmente qui, ma di norma non ho paura. Guido vigile ma rilassato.

Tu non hai l’obbligo contrattuale di schiantarti, non hai la certezza matematica che tra cinque minuti precisi farai il botto. Stringe la mano di Marcel come avesse paura si staccasse dal polso. O forse per staccargliela e portarsela a casa per appenderla sopra il camino neo barocco in puro stile hollywoodiano. Le guardo il ventre nudo. Un pancione bello, vasto, ingombrante, da danzatrice del ventre, provvisto di un ombelico affascinante, aperto, profondo, senza brillantino.

Ti butti dalle finestre?

Solo quando sotto ci sono gli airbag. Oppure i cartoni.

I cartoni sono meglio?

Con gli airbag ti prendi certe sventole.

Come tuffarsi in acqua di pancia.

Già. I cartoni impilati assorbono il colpo progressivamente. Difficile che ti fai male.

Com’è cadere dalle scale?

Orribile. Il trucco è lasciarsi andare giù veloci. Più veloce rotoli meno male ti fai. Ti lanci tutta rannicchiata con le braccia piegate che proteggono la faccia. Così non corri neanche il rischio che scoprano che non sei la protagonista.

Vedo i suoi capelli sottili fluttuare in un turbine biondo mentre ruzzola giù dalle scale precipitevolissimevolmente. Più veloce rotoli meno ti fai male, un po’ come vivere. Hai paura, prima di lasciarti cadere?

Da morire.

Lo faresti un gesto carino per tutti noi, indico le scale all’interno del locale. Ti butteresti dopo cena?

Se mi pagate molto bene, sì.

Ti sei mai rotta un osso?

Sì, della faccia. Non specifica dove. Strizzo gli occhi sul suo viso. Non vedo che pelle spianata dalla chirurgia estetica, zigomi rifatti, naso e palpebre ritoccate, labbra gonfiate, nient’altro. Forse si è rotta uno zigomo e ha preso la palla al balzo per sistemare anche l’altro e già che c’era tutto il resto. Mi gratto un orecchio con fare da medico di famiglia.

Antidolorifici ne prendi.

Ai iosa.

Legali?

Solo legali. Se ti beccano con le droghe, sei fuori a vita. Sai quanti ne ho visti sputtanarsi, finire sul marciapiede.

Ti piace il tuo lavoro?

Lo adoro, non potrei fare altro.

Tolgo il dito dall’orecchio, pinzo la radice del naso e appuntisco le sopracciglia emulando l’ardire di uno scienziato metafisico.

Hai paura di morire?

Moltissima. Non vorrei morire mai.

Come sarebbe, mai.

Mai.

Metto le mani sul tavolo e mi sporgo in avanti.

Male che vada, sarà un sonno senza sogni, un bel nero niente senza niente dentro. E niente fuori che lo guarda.

Io ho il terrore di morire.

Vorrei dirle che là fuori, oltre la luna, sono pianeti grandi come stelle e animali grossi come pianeti, e che per la nostra mente niente è mai abbastanza grande, terribile o minaccioso. Dirle che la mia vita è un tentativo disperato di dare un senso a cose senza senso a cominciare dalla vita, e che quando morirò finalmente finirà questa maledetta storia di mancare sempre il cestino dei rifiuti con le pallottole di carta, con le bucce di banana e con qualunque altra cosa di cui mi voglia liberare. Non centrare mai i bersagli che mi sono prefissato: finirà. Dirle che sono pazzo e che lei lo è a sua volta, una manica di pazzi in giro per il mondo, sette miliardi in tutto, ciascuno in cerca di approvazione a modo suo. Alzo gli occhi cercando il consenso della luna. Svanita. I vichinghi erano gli invincibili vichinghi perché prima della battaglia erano già morti. Il capo li suggestionava, li incalzava, li persuadeva. Siete morti, cosa avete da perdere sul campo? Mi capita, guidando nella nebbia, di pensarlo da me, di convincermene autonomamente, senza bisogno di un vichingo carismatico che mi urli nelle orecchie. Aspetto il momento propizio per incontrarla di nuovo, la nebbia.

 

 

Brano tratto da Gli invincibili vichinghi, primo capitolo di Miss Thaimatic, romanzo

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