Risurrezione

Risurrezione

 

Pranzai disturbato dal continuo chiacchiericcio delle tre donne, chiedendomi perché le persone non stanno zitte mai. Mi dicevo che è il loro modo di difendersi dal silenzio, dalla paura di schiattare. La solitudine, il silenzio: il sale e il miele della vita – e invece non facevano che blaterare. Le amiche di Guenda, Ada e Chiara – non proprio amiche, però sai, mi farebbe piacere fartele conoscere – erano due prodigi di ricostruzioni plastiche camuffate dalle velature di sarong color pastello e da stratificazioni geologiche di cosmetici tendenti al marrone-abbronzatura. Mi parve di capire che lavoravano, o avevano lavorato, ai piani alti dell’haute couture e poi giù, sempre più giù, fino agli scantinati del pronto moda, e ora annaspavano nella bassa marea dell’alto mare in cui l’alta e la bassa moda erano naufragate. Quando Guenda disse che facevo lo scrittore, Ada si portò alla gola la mano inanellata.

E hai pubblicato?

No, saltai su tutto inviperito che mi si desse del tu senza il mio placet. Di norma tengo i dattiloscritti sotto il cuscino. Sotto il materasso, quando superano le cento pagine. Sa, per via del torcicollo.

Ci restò male, ci restarono male tutt’e tre, ma almeno smisero di cicalare. Finirono in fretta di mangiare e poi tornarono ai lettini sulla terrazza, dove le vidi riprendere a lottare contro la paura della morte con le articolazioni della lingua. Infilai le cuffie di Guenda, selezionai un brano produttivo dei Tangerine Dream, lo misi in loop al massimo volume e tirai fuori il mio Mac. Ero indietro con i Lucrox e volevo rivedere un certo aspetto di Madam. Cominciai da lì. Qualcosa, nel linguaggio, non mi convinceva. Per scrivere come si parla bisognerebbe scrivere fingendo di parlare come si scrivesse. Non ero certo che fosse proprio così, e il caldo mi confondeva ulteriormente, ma sapevo che in quella contorsione c’era del vero. Per scrivere come si parla bisognerebbe scrivere fingendo di parlare come si scrivesse. Ci stetti su per un po’ senza venire a capo di niente. Poi mollai tutto e decollai con un nuovo capitolo. Presi a scrivere di getto come un jet sostenuto dalla portanza delle sue stesse ali. I Tangerine Dream erano il propellente e il propulsore. Mi assordavano e non mi disturbavano, così come a volte il rombo dell’aeroplano che ci trasporta concilia l’elevazione del pensiero. Ecco dove la mettevo io la paura di morire, altro che chiacchiere.

Andai avanti per un po’, consumato dal lavoro di creazione – la cenere cadeva sui tasti, e non c’era tempo di soffiarla via. Cenere e sudore, orgasmo a due, in solitario. Magnifico. A un tratto, sentii qualcosa, una cosa disumana che bucò la barriera delle cuffie e mi penetrò il cervello. Un urlo. Non riuscivo a distinguere le parole, solo la disperazione sottostante. L’amigdala aveva fatto il suo lavoro, la coscienza arrivò dopo, quando già mi ero tirato via le cuffie.

Alarm, alarm! gridava quella voce alle mie spalle.

Mi voltai e vidi un uomo che spuntava a mezzo busto dalla piscina. Camminava nell’acqua bassa reggendo tra le braccia una bambina esanime. Raggiunse sempre così il bordo vasca dove depose il corpicino. Senza sapere come, mi ritrovai lì, chino sulla bambina. La esaminai. Labbra violacee, pelle coperta di macchie rosse, nessun respiro, niente battito cardiaco. Indossava un bikini verde, e mi sembrò una cosa stupida poiché era morta. Non so cosa, o chi, mi guidò quando posai le mani sul punto giusto del torace e presi a massaggiarle il cuore. Il padre intanto insufflava aria, tanta aria, bocca a bocca, e tirava su la testa e gridava sempre Alarm, Alarm! Io continuavo a massaggiare, pressioni su pressioni. Andai avanti per un po’, un minuto, due minuti, tre anni. Niente. La bambina era morta.

Tolsi le mani e mi guardai attorno. Poco più in là era un tempietto, e alle mie spalle lo staff del ristorante, camerieri e cameriere dallo sguardo perso: un gregge di capre nere inebetite che guardavano passivamente il lupo che divorava il cucciolo sottratto al gregge delle capre bianche. Un inserviente mingherlino si agitava sulle gambette ridacchiando nervosamente. Poi vidi – ma vedere non è il termine corretto – percepii lì attorno anche la presenza di numerosi ospiti, tra cui Guenda e le sue amiche. Tornai alla bambina morta. Suo padre seguitava a riempirla d’aria, a gonfiarla, impazzito di dolore. Ogni tanto tirava su la testa e riprendeva a lanciare quel suo grido disperato. I colori, lo spazio, il tempo erano schizzati via in qualche dimensione che non mi apparteneva. Non credo di aver pensato a mia figlia, Berenice. Pensare, vedere, sentire non erano attività di quella prospettiva. Lì non c’era niente, se non una bolla d’aria che imprigionava due uomini e il cadavere di una bambina – macchie purpuree sulla pelle divenuta trasparente, azzurrina come acqua. Insensatamente, caparbiamente ripresi a massaggiarle il cuore. Dissi a suo padre Meno aria, devi dare meno aria, segui il mio ritmo.

Dopo una manciata di secondi, il cuore riprese a battere. Palpitava rapido, rapidissimo, troppo rapido. Poi rallentò fin quasi a fermarsi. E io morii. Non che mi sentii morire, morii. Ero un morto che diceva No, no, no, no, riprenditi. E quel piccolo cuore accelerò e poi rallentò finché alla fine si stabilizzò.

Lo sentivo pulsare regolare sotto la mia palma come un diesel tenuto al minimo. Percepivo anche, una sagoma, una figura che aveva l’aspetto di un cervo grande come il cielo, e quella sagoma era fuori di me, e attorno a me, e anche dentro di me. E sentii una voce, no, non la sentii, avvertii una cosa che mi tuonava dentro Hai capito chi sono, io? Lo senti chi sono? Lo senti?

Guardai la bambina, le macchie erano scomparse, la pelle stava tornando rosa, le labbra erano di nuovo rosse. Aprì gli occhi. Erano azzurri. Le dissi di seguire il mio dito con lo sguardo. Lei eseguì alla perfezione, segno che le funzioni cerebrali non erano compromesse. Il padre le parlò in tedesco. La mano di Guenda le scostò i capelli e le carezzò la fronte. Poi mi guardò in silenzio, con quel suo sguardo oceanico. La bambina girò la testa di lato e senza tossire rigurgitò un po’ d’acqua. Poi il padre compì un’azione che lì per lì giudicai una cosa idiota. Abbracciò la figlia e tenendola stretta a sé la portò nell’acqua.

Il seguito è cronistoria di una morte annunciata e di una vita salvata. O di una risurrezione. Ci fu un certo imbarazzo e un abbozzo di applauso. Chiara mi toccò un braccio e bisbigliò qualcosa. Ada disse tutta agitata Ci scriverai un racconto, adesso?

Poi il drappello si disperse e tutti tornarono là da dove era venuti, a ciarlare per fugare la paura della morte. Andai al tavolo e ripresi il mio lavoro. Mi sorpresi di ritrovarmi da subito presente, concentrato nella scrittura come non l’avessi mai interrotta. Un’ora dopo il padre della bambina venne da me. Mi si rivolse in francese.

Preferirei l’inglese, dissi. Mi alzai dal tavolo. L’uomo disse thank you e mi strinse la mano con occhi lucidi. Ci abbracciammo e poi gli domandai il nome della bambina e quanti anni aveva.

Poco dopo Guenda lasciò le amiche e mi raggiunse. Sedette al tavolo e prese a fissarmi come una reliquia.

Hai capito?

Capito cosa.

Perché ti amo.

Sapevi che oggi avrei salvato una bambina?

Sapevo chi sei, l’ho sempre saputo, cialtrone.

Sai anche che sono uno schifoso maschilista?

L’omo ha da puzzà, mise tra i denti la punta della lingua.

Silenzio.

Sai che sto scrivendo un libro su di noi, un romanzo in cui metto in piazza.

Lo so.

In cui faccio a pezzi te, tua madre, i nostri figli, e anche me, se è per quello. Stetti lì un istante. Come sarebbe, lo so.

L’ho letto.

Quando?

Di notte.

Di notte.

Mentre dormivi.

Donne, sempre a immischiarsi, a ficcare il naso dappertutto.

E.

Mi piace.

Ti piace.

Scrivi bene, hai sempre scritto bene tu.

E tutta quella merda che ci ho messo.

Sarà anche merda, ma è la verità. Sei stato onesto. E coraggioso. Come con la bambina.

La bambina.

Ti rendi conto che se non fosse stato per te, sarebbe morta?

Non sono stato io. C’era qualcosa là fuori. Ero guidato, telecomandato come un robottino.

Il robottino più umano che conosco.

Prima di oggi non avevo mai massaggiato un cuore. Avrei potuto spezzarle una costola. Chiamarlo dio mi sembra riduttivo.

Lo so, è qualcosa nel respiro, sospirò con gli occhi al cielo. Il respiro è vita. Il soffio di Brahma. Il prana.

Non attaccare con i mantra adesso.

E ha scelto te. Quante possibilità di salvarla ci sarebbero state se tu non fossi stato qui proprio oggi, in quel preciso momento? Nessuno ha mosso un dito, te ne sei accorto? Senza di te, quella bambina.

Si chiama Mie, e non le piace che la si consideri una bambina, ha undici anni.

E diventerà una donna.

Sì, magari una donna con una vita di merda, che ne sappiamo. Una vita piena di sfiga e di sciagure, e allora maledirà sua madre che l’ha messa al mondo e quello stronzo che quando aveva undici anni l’ha salvata.

Sei un mostro.

No, sono vecchio.

Per me non sei vecchio.

Sono un vecchio zitello inacidito. Come le tue amiche. E se mi facessi un lifting integrale?

Sei un pirla.

E tu una pirla di una pirla che non ce n’è una preciza in tutto l’univerzo.

Parli come mia madre.

A stare con lo zoppo. Mi tirai su, girai attorno al tavolo e le scostai la sedia. Guenda si alzò. Aveva le guance arrossate di sole. Ne morsi una, delicatamente. Ci avviammo dalle sue amiche. Avevo in animo di trattarle con una certa umanità. Per dieci minuti buoni. Nel tragitto presi a claudicare marcatamente.

Ti fa ancora male.

No, è che ho imparato a zoppicare, e la strinsi a me.

 

 

Brano estratto dal diciottesimo capitolo di Madam, tutt’un’altra storia – mio romanzo del 2014

© 2019 by Giulio D.M. Ranzanici – All Rights Reserved

 

Postscriptum: Benché attribuito al protagonista del romanzo, l’episodio narrato corrisponde alla mia esperienza e, se non vado errato, risale al 2013. Per motivi a noi misteriosi, a volte ci è dato di imbatterci in piani di realtà che trascendono la realtà ordinaria. Qualcosa o qualcuno ha fatto sì che io salvassi una vita umana. C’è chi dice che chi salva la vita di un bambino salva il mondo. Per quanto mi riguarda, non mi considero un super eroe ma una nullità come tutti. Lo prova il fatto che dopo qualche giorno di comprensibile sovraeccitazione, tornai a essere l’uomo di sempre, più o meno cinico, più o meno lirico, più o meno stronzo.

Giulio Ranzanici, Brescia 24 marzo 2019

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