TRAFFIC – Romanzo (Prime Bozze) – Cap. 3

TRAFFIC – Romanzo (Prime Bozze) – Cap. 3

Eravamo tre cowboy

 

Un pomeriggio d’inverno io e mio fratello maggiore andammo a vedere un film western. Appena tornati a casa impiccammo Carlo, il bambolotto preferito di nostra sorella. I dolciumi ingurgitati al cinema presero a agitarsi nelle nostre viscere e la stanza dell’esecuzione non era riscaldata. Così cominciammo a tirare scorreggie a raffica. Intanto guardavamo Carlo dondolare. Era una bella vista, ci faceva ridere. Poi mio fratello si accese una sigaretta e me la passò. Attorno al filtro c’era scritto Astor in caratteri d’oro. Feci un tiro, poi un altro. Mi piaceva. Mi piaceva anche il nome. Me la tenni. Lui ne accese un’altra. Ci sei dentro anche tu adesso, disse agitando la sigaretta tenuta all’angolo della bocca, non potrai fare la spia con papà e mamma. Chi non ha fratelli, non sa cos’è la vera mafia.

Restammo lì davanti a Carlo a fumare Astor e sganciare peti. Eravamo due cowboy. Più tardi arrivò nostra sorella, guardò il suo Carlo ciondolare appeso per il collo, poi guardò noi due che fumavamo. Mio fratello mollò una scoreggia potente come un ruggito e ridacchiò. Ridacchiai a mia volta e guardai mia sorella sventolandole la sigaretta sotto gli occhi per farle intendere che adesso non aveva più alcun potere su di me. Con quel fumo che mi usciva di bocca, adesso ero un uomo fatto e finito. Lei non disse una parola, tirò giù il suo Carlo, se lo strinse al petto con un gesto d’amore duro e schietto come quarzo, girò i tacchi e prese la porta. Sulla soglia voltò indietro la testa e disse Siete due stronzi. Lo disse freddamente, senza alterarsi. Una constatazione, la pura verità. Era una cowgirl.

Un giorno arrivò a casa con due volpi, un maschio e una femmina. La femmina aveva le mammelle pendule e mordeva. Anche il maschio mordeva, ma un po’ meno. Per via dei morsi, mia sorella aveva i dorsi delle mani tutti bucherellati. Il maschio aveva una zampa ferita, infetta, perennemente sanguinante. Una tagliola, ponderava mia sorella. Il veterinario gli somministrò scatole e scatole di antibiotici, poi iniezioni, ma un giorno lo trovammo morto e lei lo seppellì in campagna. Dopo un po’ la femmina partorì. Mia sorella passava tutto il giorno guardando la volpe allattare le sue piccole volpi e poi allattandole a sua volta con il biberon di Carlo – massicce razioni supplementari di latte bovino. Le volpi crebbero in fretta. Crebbero forti e sane. Si misero a correre come gatti. Divorarono la nostra casa. Poltrone, cuscini, imbottiture, tende, tappeti, persino le gambe dei tavoli e delle sedie. Mamma, assisteva al crollo dei suoi modelli di perfezione: il sacco dell’impero romano a opera dei barbari invasori. I visigoti di Alarico, altro che cuccioli. Diceva Volete che mi butti giù dalla finestra? Noi non dicevamo niente. Diceva Mi farete finire in manicomio. Io e mio fratello sghignazzavamo, i matti dovevano essere tipi simpatici, mamma non sarebbe poi stata male insieme a loro. Nostra sorella, invece, la guardava seria, seduta a terra con una volpe già grandicella in braccio, intenta a sbranare il biberon di Carlo o a fare a pezzi un tovagliolo di fiandra di mamma. Un giorno le volpi sparirono. Mia sorella tornò a sera fatta, tutta infangata. Disse di averle liberate dove le aveva trovate un paio di mesi prima. Dalle parti di Ghedi. Non sopporto gli animali selvatici in cattività, disse. Aveva gli occhi lucidi. Saranno contenti i contadini, disse mio padre, con finta riprovazione. In realtà soffriva a vederla soffrire senza più le sue volpi, soffriva al punto che giorni dopo arrivò a casa con un leone, un cucciolo, ma pur sempre di leone. I cani di mia sorella presero a abbaiargli contro senza osare avvicinarsi. Lo fiutavano da lontano con la coda tra le gambe. Poi si dileguarono nel cavedio e di lì non si mossero per giorni. Noi fratelli eravamo già lì a strapparcelo di mano. Aveva occhi da gatto. Io non mi capacitavo, nella mia testa avrebbe dovuto avere occhi da cane, non da gatto. Non mi tornava. Gli occhi da gatto li hanno le tigri. Le tigri stanno ai gatti come i leoni stanno ai cani. Quegli occhi iridati smantellavano la mia ferrea logica, eredità di mamma. Erano occhi chiari, cangianti, inoppugnabilmente da gatto. Occhi d’oro. Gialli al punto che mia sorella lo chiamò Yellow.

Se non sono andate disfatte come tante altre cose di quei tempi andati, da qualche parte ci devono ancora essere le fotografie di noi fratelli sorridenti al sole, su in terrazza. Siamo aggruppati con Yellow in braccio. Facevamo corpo unico, noi tre e il leone. Chi è figlio unico non sa cos’è l’amore che si respira dentro una cucciolata. Yellow guarda l’obiettivo, ma siccome sono scatti in bianco e nero, il giallo degli occhi non si vede, si vede però che sono molto chiari. Le foto le fece papà, perciò lui non compare nelle immagini, e uno di noi, uno a turno dei due ai lati, è sempre fuori campo. Papà non era un granché come fotografo. Nemmeno mamma è presente. Forse era in camera sua a piangere e pregare per la salvezza della casa. Dopo qualche scatto, il leone ruggì. Più che un ruggito, era il lamento di un bebè. Ridemmo come ridono i bambini, e già ce lo strappavamo di mano a vicenda e lo stringevamo al petto, e aveva certe zampe, e lo baciavamo sulla testa e anche sulle zampe. E se non fu la nostra, la mia, un’infanzia propriamente felice, si può star certi che lo è oggi nella sua ricostruzione.

A un certo punto mamma si fece avanti e carezzò Yellow con la mano piatta, irrigidita, poi disse quello che diceva sempre: giù dalla finestra/manicomio. Papà la rassicurò e mentre la rassicurava, noi morimmo, tutti e tre. Tra due giorni, il leone sarebbe tornato allo zoo. Papà l’aveva promesso al sindaco che non era proprio il padrone del leone, ma quasi, essendo sindaco. Il sindaco era molto amico di papà e gli restò amico per la vita (il sindaco fu il primo a morire), e per tutta la durata della loro amicizia che coltivarono prevalentemente a pranzo fuori, quei due uomini si diedero sempre del lei. Quando ero giovane la cosa mi faceva inorridire. Due amici che si danno del lei. Disgustoso. Oggi che il lei non lo sopporto dagli estranei perché mi fa sentire immensamente vecchio, sarebbe la forma allocutiva da me più ambita proprio nell’amicizia, finanche nell’amore. Un quadro sublime, non trova? Mi baci, mi lecchi, mi scopi, dottore.

In due giorni e una notte, il leone completò il lavoro delle volpi, mangiò tutto e rilasciò tutto in forma di strisce indelebili di dissenteria leonina. Ci volle quasi un mese di duro lavoro da parte di mamma, del suo intero drappello di domestiche e di un’armata di tappezzieri e restauratori provetti per riportare la casa al suo algido splendore. Roma era crollata, ma alla fine l’ordine era stato riguadagnato, l’impero aveva superato l’invasione.

Quando sentii quella parola per la prima volta, frequentavo la prima elementare. Un mattino mentre facevo colazione mamma disse nervosamente Oggi arriva la nuova domestica. Io le chiesi se la domestica si sarebbe occupata degli animali di mia sorella, quelli domestici appunto, dato che tra cani, pesci e uccelli ne aveva un’infinità. Mamma mi rispose qualcosa di sgarbato che aveva a che fare con la mia incapacità di comprendonio, con le mie inattitudini linguistiche. Fu in quel momento, credo, che in me si manifestarono due inclinazioni. Una è l’amore per i calembour, per i giochi di parole, per i nonsense, per quelle freddure che mandavano giù di testa mamma, e che papà, più sobriamente, chiamava le tue solite scemate; l’altra è amore. Amore per le parole, per i loro significati e significanti, per le omofonie e le polisemie, che mi avrebbe portato nel giro di un anno a farmi consacrare dalla maestra e dai compagni Poeta della classe. Scrivevo, in effetti, poesie. Tutte dedicate a mamma, tutte con dentro mamma. Il che era dovuto sia alla circostanza naturale che la amavo in quanto figlio sia a quella, più profonda e a me allora ignota, che, scrivendo, intendevo rivalermi su di lei per le mie inattitudini (o inettitudini) linguistico-verbali. Se centrai il primo degli intenti, non posso dire lo stesso per il secondo. Erano poesie orrende farcite di rime baciate e di metafore scontate. Erano esattamente ciò che ci si aspetta da un bambino di sette anni quando scrive poesie dedicate alla mamma. Erano cliché zeppi di aggettivi come bella e buona e relativi superlativi, assoluti e relativi, che dicendo troppo non dicono niente. Mamma sbagliava: a essere deficitario non era lo strumento linguistico (mi esprimevo piuttosto bene per la mia età), era lo strumento ottico: vedevo, certo, ma non guardavo, non sapevo farlo. Gli occhi di mamma che descrivevo come belli e buoni erano lo stereotipo degli occhi di qualsiasi mamma, foss’anche strabica o guercia, vista dagli occhi (orbi) del suo bambino. Gli occhi autentici, per così dire concreti, di mamma erano tutto tranne che le entità astratte, stellate, divinizzate e decontestualizzate che ingombravano le mie poesie. Gli occhi di mamma erano terreni. Si fermavano, acuti, sul ricamo. Mi guardavano, inteneriti, quando, prima di augurarmi la buonanotte, mi impartiva il segno della croce svolazzandomi sulla fronte con la sua mano bianca. Mi guardavano, inclementi, quando non avevo studiato a sufficienza la lezione. Mi guardarono omicidi il giorno in cui impugnò la spada per giustiziarmi lì dov’ero. E se non fosse stato per l’intervento provvidenziale di mia sorella che si mise in mezzo e parò i colpi usando il braccio con fermezza da cowgirl e riportò mamma alla ragione con l’assennatezza di una donna adulta, mi sarei probabilmente ritrovato con la testa fracassata. Ma di questo dirò poi. Ciò che mi preme, qui, è mostrare come quegli occhi da vendicatrice sarebbero stati gli occhi perfetti per una poesia dedicata a mamma. La poesia è verità, piaccia o non piaccia la verità che la poesia esprime. Questo, ovviamente, vale anche per la prosa. Qualcuno dice che scrivere poesia contemporanea è facile, basta andare a capo di tanto in tanto. Se ciò fosse vero (e non lo è), si potrebbe analogamente sostenere che scrivere prosa è facile, basta non andare a capo troppo spesso.

Ciò che alla scuola, all’educazione in genere, urge massimamente è chiudere, anziché aprire, gli occhi dei bambini. Quando mastichi un po’ di alfabeto scritto, sei pronto per i pensierini. Eccone uno. La cagnetta ha abbaiato alla nonnina. La frase, ancorché plausibile, non porta a niente, non vale niente, non dice niente di significativo. Ciò che conta per la scuola è che l’alunno non commetta errori sintattici o grammaticali, che scriva cagnetta con due T e nonna con due N. Omettono deliberatamente, la scuola e l’educazione, che è il contesto a dare un senso alla frase, com’è il contesto a dare senso (o a non darne affatto) alle azioni di un uomo. Immaginiamo la stessa frase in bocca a un malghese della Val Sabbia. Supponiamo che il tizio abbia un fratello e che entrambi siano uomini duri, frontali, coriacei, come si conviene ai malghesi rispettabili. Proviamo a farne un dialogo partendo dal pensierino di cui sopra epurato dei vezzeggiativi.

La cagna ha abbaiato alla vecchia.

Dobbiamo deciderci a farla fuori.

Chi, la cagna o la vecchia?

Non sarà letteratura, ma non è nemmeno una cagata insignificante a base di cagnette, paperelle, nonnine, mammine, uccelletti e fiorellini. Scuola e educazione dovrebbero insegnare a guardare le cose e a dire la verità sulle cose che si sono viste per come le si è viste, dovrebbero insegnare solo questo, sia a quelli che vogliono far poesia, sia a chi vuole semplicemente continuare  a vivere. D’altra parte, non è la scuola l’ente deputato a questo compito. Se nella Grecia antica i benestanti illuminati mandavano i figli a studiare dai filosofi è perché si era capito che soltanto i filosofi, allora, erano interessati alla verità, merce troppo scottante, troppo pericolosa, per la generalità dei consociati, per loro e per la totalità di chi li governa. E per quanto questa constatazione sia vecchia come il cucco, resta drammaticamente vera.

D’altronde, essendo parte della compagine sociale, io stesso mentivo a me stesso. Avevo sette anni e mi dicevo, e dicevo in giro, che volevo fare il poeta, lo scrittore. Ma il poeta, lo scrittore, l’artista non è una cosa che si fa, è una cosa che si è. Io lo ero, ma non ero in grado di accettarlo. In effetti, sette anni sono pochi per predisporsi all’isolamento, all’emarginazione sociale che lo scrivere – dire la verità, la propria verità – comporta.

Era nell’aria da giorni. È con Spencer Tracy, ripeteva papà a pranzo e a cena, e il tono di riguardo con cui pronunciava quel nome per noi astruso certificava la qualità del film. Non occorre aver letto il magistrale saggio di Nabokov su Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hyde per intendere che tutte le trasposizioni cinematografiche del capolavoro di Stevenson sono faziose e tremendamente riduttive. Il lavoro lenticolare di Nabokov parte dall’autore e sbuccia prima lui e poi il romanzo, li sbuccia come cipolle, strato dopo strato, e mostra che quel libro, lungi dall’essere l’ennesima lotta sempliciotta bene/male, è una delle opere più complesse della letteratura di ogni tempo. La circostanza che Hollywood ne abbia fatto una sorta di antesignano dei polpettoni manichei buoni/cattivi lo prova ulteriormente. In realtà, semplificando al massimo, nel dottor Jekyll bene e male sono strettamente avvinti, come del resto in ogni altro uomo e donna sulla terra. Se Hyde è la distillazione del Male, Jekyll è un essere umano, ossia è tutto tranne che il Bene. Il che dà ragione del perché, alla fine della storia, il Male, che ha potuto contare anche sul massiccio apporto di Hyde, trionfi come trionfa.

Era il nostro primo film che non finiva bene e non finiva male. Finiva strano. Era anche il primo film, durante la visione del quale, noi fratelli, come tutte le sere quando guardavamo Carosello e, solo il sabato, anche il film a seguire, stesi nel matrimoniale di papà e mamma, loro due alle estremità, noi in mezzo, tutti in pigiama tranne mamma in camicia da notte; noi fratelli, dicevo, questa volta ci eravamo ritrovati non a darci i pizzicotti e a farci i soliti dispetti, ma abbracciati, avvinghiati, gli occhi sgranati, il fiato corto, io che dicevo Mamma, mia sorella che diceva Papà, mio fratello maggiore nascosto dietro il suo pallore che non diceva niente, mamma che ripeteva il nome di papà in tono di rimprovero e poi diceva Sono troppo piccoli, papà che ripeteva infastidito il nome di mamma, come a zittirla, che così gli guastava la visione, io che mi coprivo gli occhi con la mano e poi la aprivo e guardavo tra le dita per guardare quello che non volevo vedere.

Ricordo le parole che rispettivamente proferirono papà e mamma non appena la scritta The End comparve sullo schermo: A letto che è tardi e Faranno gli incubi. Non ricordo di aver fatto incubi quella notte, ma ricordo perfettamente l’abominio e la bellezza di Spencer Tracy quando si trasforma in Mister Hyde. E ricordo una per una tutte le crudeltà a seguire di noialtri cowboy.

Aveva canarini e cardellini, usignoli e parrocchetti. Li teneva in una grande voliera che occupava una buona metà di una delle due stanze in un’ala discosta al terzo piano della nostra casa, cui si accedeva salendo l’ultima rampa di scale che partiva proprio dalla stanza fredda dove avevamo impiccato Carlo. Aveva anche due pesci rossi, che teneva in una boccia di vetro giù in cucina. Nel giro di una settimana sterminai l’intera fauna eccetto i cani. Gli uccelli con il gas, i pesci rossi con il frullatore. Gli uccelli involontariamente. Gli uccelli morirono dopo che ebbi mescolato tutte le sostanze chimiche presenti in una confezione del Piccolo Chimico con un paio di acidi acquistati in un negozio che con quelle luci fioche e con tutte quelle provette, distillatori, centrifughe e alambicchi, più che una bottega, era l’antro stesso della fattucchiera al banco. Non ne potevo più di seguire alla lettera le istruzioni per eseguire, da piccolo chimico condiscendente, monotoni esperimenti i cui effetti, esangui com’erano, immancabilmente mi lasciavano deluso, anche un po’ triste. Fuoco e esplosioni, questo volevo: non il flebile puff di una polverina azzurra mescolata a non so più quale nitrato che la faceva diventare rosa antico. Senza avere minimamente idea di cosa stessi facendo, svuotai in una bacinella tutto il contenuto della scatola. Poi aggiunsi mezzo litro di acido muriatico e mezzo litro di acido solforico. Stetti lì a guardare. Intuivo che qualcosa di forte era in arrivo, il cuore mi batteva nel petto a pieno ritmo come un propulsore sotto il cofano. In capo a un minuto o due il liquido prese a ribollire e a montare come un magma finché tracimò dal catino e si riversò sul tavolo e lo bucò da parte a parte e colò a terra e cominciò a corrodere anche il pavimento. In preda al panico, presi uno straccio e mi misi a asciugare quel liquido fumante che si stava mangiando le piastrelle. Mentre lo passavo avanti e indietro, il cencio mi si disintegrava tra le dita come carta bruciata, divorato da un fuoco invisibile, freddo e magico. Presi un altro straccio e poi un altro ancora e alla fine buttai tutto nel wc. Tirai l’acqua e ogni cosa sembrò tornare come prima. Scesi le scale intossicato, in preda a una tosse convulsa, gli occhi incandescenti, le mani che mi bruciavano come le avessi tenute nelle ortiche  un pomeriggio intero, ma indubbiamente ero felice. Il giorno dopo mia sorella trovò i suoi uccelli stecchiti sul fondo della voliera. Tutti quanti. Mi disse Sei uno stronzo. Lo disse con grande dignità, il che mi ferì a morte. Un sinistro dei suoi in piena faccia mi avrebbe fatto meno male.

I pesci furono oggetto di un esperimento tanto idiota quanto crudele. Avevo imparato una parola nuova, Caos: volevo vederne un’applicazione pratica studiando da vicino il moto dei pesci nelle acque vorticose. Il fatto è che sottomano avevo solo il frullatore. A quei due pesci, mia sorella aveva dato un nome. Si chiamavano Perlopiù e Perlomeno, se ricordo bene. Devo dire che se la mia idiozia non ha scusanti, la mia crudeltà ne ha una. Da qualche tempo un manto sinistro si era steso sulle nostre teste, una cappa fetida e oscura che ci possedeva tutti e tre. Credo che l’elemento scatenante fosse stata proprio la visione di quel film. Elemento scatenante, occasione, estro, non causa. La malvagità era nel nostro cuore, come è nel cuore di chiunque fin dall’infanzia (Il signore delle mosche di William Golding la dice lunga al riguardo.). Ma dopo aver visto il dottor Jekyll trasmutarsi in Mister Hyde, la nostra propensione al male si fece manifesta, dirompente. Persino mia sorella si divertiva quando, d’estate, nella casa di campagna della nonna paterna, legavamo gli amici alle colonne della legnaia e poi, per farli parlare, li frustavano sui polpacci con le fronde o, gli irriducibili, con le canne di bambù. Persino lei rideva, quando, d’estate, nella casa del lago, il nostro ospite di turno veniva riportato a casa in fretta e furia dai genitori accorsi d’urgenza dopo una congestione micidiale che l’aveva quasi spedito all’altro mondo. Nessuno resiste insieme a noi per più di tre giorni filati, si vantava tuffandosi nel bel mezzo della digestione nell’acqua gelida del lago. Chi non ha fratelli non conosce il cameratismo tra cowboy.

Nessuno è forte come noi, diceva sputandoci addosso un getto d’acqua che compiuto un lobo iridescente immancabilmente ci colpiva a tre metri di distanza. Tuffatevi, se avete il coraggio, signorine.

Signorine. Così, credo, nacque l’idea di quella foto scattata da lei stessa diversi anni dopo, forse un anno o due prima che morisse, foto tutt’ora circolante, con me e mio fratello maggiore acchittati, e atteggiati, da vere signorine. Non so per lui, ma per me non fu la prima volta: le origini del mio travestitismo vanno ascritte non a mia sorella ma alla mamma.

La crudeltà, dicevo, si manifestò dopo la visione di quel film e alla fine si torse contro di noi come l’artiglio di uno spettro, divenne un’energia brutale e incontrollabile che ci mise tutti contro tutti, ciascuno vittima e carnefice, ciascuno Caino, ciascuno Abele, il più forte a distruggere il più debole, come il camion maciulla l’auto, e l’auto il motorino, salvo rare imprevedibili eccezioni.

Un giorno mio fratello maggiore mi propose un esperimento. Devi stare in piedi fermo immobile sull’estremità del tappeto, disse. Mani dietro la schiena e occhi chiusi. Vedrai le stelle, te lo giuro. Gli credetti, e poi amavo le stelle, le amo ancora. Eseguii i suoi ordini. All’improvviso lui mi strappò il tappeto da sotto i piedi. Caddi di faccia sul pavimento di marmo. Vidi le stelle, un’infinità, il firmamento intero. Mio fratello non era uno spergiuro e io avevo il setto nasale fracassato. Corsa in ospedale. Due settimane di mascherina d’allumino per il drizzamento. Quando mi specchio, vedo un alieno dagli occhi rossi. La voce che il giorno dopo gira nelle alte gerarchie famigliari è che me la sono cercata.

Un pomeriggio siamo lì al secondo piano che ci rincorriamo tra il corridoio e la nostra camera da letto. Un circuito quasi automobilistico, una gimkana che prevede salti acrobatici sui letti e il superamento di due doppie porte, due di legno, due a vetri, che apriamo e chiudiamo di continuo. Al terzo o quarto giro, mio fratello mi sbatte in faccia una delle porte a vetri. La attraverso in piena corsa, provvidenzialmente con le braccia avanti. Fiotti di sangue. Arteria di un polso squarciata. Corsa in ospedale. Punti e fasciatura. La voce che il giorno dopo gira ai piani alti della famiglia è la stessa che girava ai tempi del naso rotto. Se l’è cercata.

La giustizia che non arriva dall’alto, la giustizia fatta con le proprie mani è chiamata vendetta. Predispongo il mio piano, lo studio nei dettagli, mio fratello è più grande e più furbo di me. Quando mi sento pronto, gli dico che lo vogliono al telefono. Chi? La zia (faccio il nome della zia e alludo a una specifica motivazione della chiamata: una voce oscura mi sussurra che è il dettaglio a rendere credibile la menzogna). Mio fratello abbocca. Il telefono è di bachelite, peserà due chili; se ti impegni, con la cornetta ci puoi piantare i chiodi. Mio fratello si avvicina. Quando è a tiro, lo colpisco alla testa con una cornettata. Ci ho messo tutte le mie forze e tutte le mie speranze. Il piano si rivela perfetto. Non riesce nemmeno a urlare. Cade a terra con la testa tra le mani. Rantola. Giustizia è fatta.

Un giorno sono sulla balaustrata dello scalone e vedo mio fratello minore, un esserino gorgheggiante che trotta avanti e indietro al piano di sotto. Ho sempre ambito, senza però averla, a una mentalità scientifica. Ciò che mi preme è studiare la paura, la sua. Voglio analizzarne le reazioni in seguito a un forte spavento. Mi guardo in giro, vedo il fucile-giocattolo di mio fratello maggiore, un sovrapposto di buona fattura, pesante, tutto legno e metallo. Un piano mi si forma in testa. Prendo il fucile e tenendolo per la lemniscata alla sommità delle canne lo lascio semplicemente scivolare tra le dita mirando a una spanna da mio fratello. Il fucile si schianta ai suoi piedi, mio fratello fa un balzo disarticolato. Di lì, un lungo momento di silenzio, un’apnea senza fine in cui riesco a sentire il battito del mio cuore e il fruscio dei pianeti che rotolano nello spazio. Poi il piccolo comincia a urlare, si mette a urlare come un pazzo schizofrenico, strilla come un vitello scannato, mamma accorre dal corridoio da dove temo, a ragione, abbia visto tutto. La vedo accucciarsi su mio fratello che nel frattempo è finito a terra: scalcia e si dimena e piange e urla – una grandissima paura, reazioni di puro terrore, non c’è dubbio, pondera lo scienziato interiore. Mamma guarda su, guarda me, mi guarda con occhi omicidi. Stringe ancora una volta mio fratello, sparisce per ricomparire subito dopo armata di una spada di legno, sempre di mio fratello maggiore, che ha un gusto innato per le armi pesanti. È uno spadone robusto con l’impugnatura rinforzata da una tripla guardia: benché di legno, quando colpisce fa male, molto male. Mamma vola sulle scale come un’amazzone vendicatrice. Ha perso i suoi quarti di nobiltà, tutti quanti, ha perso anche la testa. Non fa che urlare alla volta della tromba delle scale Lo ammazzo, lo ammazzo. Non dice Ti ammazzo, dice Lo ammazzo. Mi ha reso impersonale, mi ucciderà davvero. Mia sorella spunta alle mie spalle. Getta uno sguardo e si precipita incontro a mamma. Si prende tre o quattro bastonate sul braccio sinistro (è mancina) prima di riuscire a bloccare la spada afferrandola per l’estremità. Mette la mano libera sulla spalla di mamma che non hai mai smesso di gridare la sua brama infanticida. Sempre con quella mano sulla spalla di mamma, mia sorella le parla con fermezza e gentilezza, come parla ai cavalli. Le parla come una madre parla alla propria figlia. Alla fine mamma lascia la spada, scende rigidamente le scale, torna da mio fratello, lo prende in braccio, alza gli occhi su di me, e io vidi uno sguardo che non dimenticherò mai, un’infinita delusione che mi perforò lo stomaco, e adesso che ci penso lo perfora ancora. Mamma raggiunge il corridoio, esce dal mio campo visivo sempre con il suo bambino in braccio. Mia sorella torna su con passo sconsolato. Non so come faccio a volerti il bene che ti voglio, sei proprio uno stronzo, dice. Butta la spada a terra e se ne va massaggiandosi il braccio.

Piccolo com’ero, restai lì a guardare il nulla sottostante con i gomiti sulla ringhiera e gli occhi stronzi; e, poeta fasullo qual ero, non intuii che quegli occhi assassini di madre violata, quel suo Lo ammazzo, lo ammazzo diretto a un figlio, quell’ultimo sguardo di sconfinata delusione… non afferrai che quella, non un’altra, era la poesia da scrivere.

 

Lamai, Samui, Th, 11 marzo 2019   © 2019 by Giulio D.M. Ranzanici – All Rights Reserve

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