Chiamatemi Giulio

Chiamatemi Giulio
Ieri o l’altro ieri, avevo sedici diciassette anni: sono lì che me vado a zonzo per le stradelle del mio lago sulla mia moto nuova fiammante bianca e viola e jap e bella come confettura di mirtilli, tutto intappato in guanti bianchi nel nero della notte, ricciolo, abbronzato, con le mie gambe lunghe e magre e in definitiva femminili e belle, e solo molto solo, solo come un sorcio nella neve, in ultima analisi agghiacciato, innarcisito dal buco orrendo che mia sorella morendo mi ha lasciato. Me ne vado a giro scoppiettando quando sulla salita di Manerba incappo in un vespino con due tipine a bordo, in due, ripeto, mentecatte in spregio della legge. Le affianco a razzo e poi butto fuori un braccio e con il dito tutto bianco punto la strada e intimo l’alt.
Ferme suine, polizia. Tiro fuori la patente e gliela sbatto in faccia a tutt’e due coprendo le diciture con il pollice, mostrando solo la foto che comunque si vede poco o niente perché è notte o le nove di sera, in ogni caso buio pesto ovunque guardi.
Fanno tremila lire, dico.
Tremila lire, dice quella seduta dietro. E chi ce li ha. Ha gli occhi di una donnola e sotto la t-shirt si intravvedono due bottoni di capezzoli da resuscitare un lazzaro e da tenerlo in vita a vita.
E tu ce li hai, dico a quell’altra, quella alla guida, una castoretta bionda, tutta occhi chiari da deficiente.
Io, balbetta. Io. Io. Sa dire solo io, e per ogni io che dice è un sobbalzo dell’apparato mammellifero che c’ha parecchio sviluppato.
Io cosa, dico.
Io non li ho.
Come la mettiamo, la guardo torvo con quel mio sguardo disperato. Ammazzarsi in macchina per schivare un cane, sorellina mia quanto mi manchi. Cinque mesi che ti sei involata e guarda cosa mi tocca fare per non uscirne pazzo, pazzo del tutto intendo. Ora che sono lì in guanti bianchi con le squinzie che mi guardano, ancora non lo so ma sarà un giro senza fine, un vortice bianco e nero da risucchiare i buchi neri. Quarant’anni senza te e ancora sono qui a inventarmi certe storie e cazzate a non finire.
Come la mettiamo, signorine, dico di nuovo. Potessi assassinarle, potessi far schiattare loro e resuscitare lei.
Andiamo dai miei, dice la morella. C’ha certe labbra ammorbidite a forza di succhiarne, lo si capisce a colpo d’occhio malgrado il buio e tutto.
Andiamo, dico. Voi davanti, io dietro. Provate a far le furbe e vi butto fuori strada.
I suoi. Qualcosa mi inventerò quando li vedrò. La faccia da sbirro non ce l’ho. Il tesserino men che meno. Magari mi defilo prima, piede sulla targa e via, e chi si è visto si è visto di nuovo solo e dolente come quel cane maledetto salvo nella notte. Ma almeno saprò dove stanno le tacchine, e se non stasera prima o poi verrà il momento mio di intacchinirle entrambe, anzi no, solo la donnola.
Partiamo. Buio pesto, fanalino rosso, porcelline sopra, aria che sa di lago. Niente Orse Maggiori o Minori o Mezzane, niente Pleiadi azzurre o azzurrine, niente stelle in cielo, forse oscurate a loro volta da un qualche personale lutto cosmologico, va a sapere. Stradina, altra stradina. Brecciolino, sabbia. Gardoncino. Bungalow a schiera. Sbarra alzata. Entriamo. Parcheggiamo.
La morella scende al volo e corre al suo bungalow. Io dietro che la guardo sculettare neanche dipingesse l’aria con quelle sue chiappette di marmo di Carrara, beato me che me le mangio con gli occhietti, la sua aria dipinta a sculettii, aria da esporre in un museo – meglio dei tagli di Fontana. Il bungalow è buio fuori e buio dentro. Bussa. Silenzio.
I miei sono fuori, dice.
Allora entriamo noi, dico.
Non ci sono soldi, dentro.
Pagamento in natura, dico.
Quale natura, la donnola ostenta occhi innocenti – darmi a bere che non ha inteso.
La vostra, dico tanto per precisare. Procediamo. Apri la porta.
Entriamo, prima la donnola, poi io che non mi stanco di bearmi del suo culo. La bionda si fa avanti poco dopo sobbalzando le tettone e annusa l’aria con l’aria di non aver capito un accidente. E adesso eccoci lì buttati sul divano a scolarci maraschino sotto le note di Piccola Ketty. Non andare via, non sprecare così i tuoi sedici anni favolosi. Sedici. Ventuno. Ventuno ne aveva la mia Nica, mica tanti di più, cristo santo. Potessi strangolarla la piccola Ketty, lei e i suoi sedici anni favolosi, favolosi un cazzo. E giù di maraschino dolce. E niente lacrime, sono uno sbirro.
Poi. Poi non entro nei dettagli. Qui si parla di minori, incluso lo scrivente. Anche adesso giacché scrivendo di là mica sono qua con voi, storditi.
Però una cosa ve la dico. Si ciucciarono gli alluci. Reciprocamente. Fu una cosa strana, eccitante a modo suo. Alla fine anch’io ciucciai un alluce alla donnola morella ma non ci trovai un granché se non la bauscia lasciata dalla castoretta. Meglio guardare loro due. Dimenticavo. La morella sapeva come usarle le sue labbra, mica appena sui ditoni dell’amichetta sua.
Alla fine, mi tiro su dal divanetto e mi avvio alla porta – si sa mai che tornino i vegliardi.
Non ci denuncia, vero agente, dice la donnola.
Ma quale agente, dico.
Non so come chiamarla, dice. Mi dà del lei con tutto che c’ha ancora i baffi bianchi ai lati della bocca da tanto mi ha succhiato. Torno a infilarmi i guanti da supereroe fighetto primi Anni Settanta. Mi tocco gli angoli della bocca a indicarle di ripulirsi prima che torni paparino. La guardo ancora un po’, poi guardo la bionda e poi di nuovo lei.
Come dobbiamo chiamarla, agente? dice di nuovo con la bocca tutta ripulita, tornata verginale.
Chiamatemi Giulio.
 
Moniga del Garda/Brescia, 20 giugno 2016
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