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I leoni di Conte (ovvero cronache ordinarie di un inconscio consapevole)

I leoni di Conte (ovvero cronache ordinarie di un inconscio consapevole)

Il mio conoscente mi accompagnava tenendomi sottobraccio per i viali del giardino di famiglia, della mia famiglia originaria, un parco rigoglioso cosparso di prati e di alberi secolari. Benché mi parlasse e rispondesse coerentemente alle mie domande, e per quanto io girassi la testa in ogni direzione, la mia guida non mi era mai visibile. Sempre sottobraccio a quell’uomo fatto di niente, ci portammo davanti a un folto cespuglio di ligustrum, a lato del quale erano aggruppate alcune ragazze chiare di pelle. Indossavano abiti leggeri che lasciavano quasi interamente scoperte le gambe sottili e arcuate, bianche e morbide come il collo dei cigni. Tutte o quasi avevano capelli scuri raccolti in una treccia che facevano ondeggiare di qua e di là con movimenti rapidi della testa, e parlottavano in continuazione tra loro portandosi la mano alla bocca.

Non badare alle apparenze, disse il mio conoscente quando ci fummo allontanati. Non sono donne.

Transessuali, transgender? Dissi.

No no, il genere è femminile, ma non sono donne.

E cosa sarebbero, allora?

Animali. Bestie.

Ma se le ho sentite parlare.

Anche i pappagalli lo fanno.

E da dove spunterebbero delle bestie che sembrano donne e parlano come donne?

Superfetazione indotta. Fecondazione artificiale di modelli biochimici artefatti. L’ennesima trasgressione genetica, lo sa il diavolo cosa si sono inventati questa volta. Il fatto certo è che sanno come far felice un uomo, ah se lo sanno. Ne vuoi una?

Non saprei.

Quando hai finito di godere, la puoi anche uccidere, sai.

Non mi pare il caso.

In effetti non sarebbe un granché come gesto. Ma dal punto di vista strettamente giuridico, ammazzare una di quelle non è più grave di uno che accoppa un randagio o macella un vitello.

Procedemmo. Dall’altro lato del cespuglio, giacevano a terra due carcasse di leone, entrambi con la lingua estroflessa, come fossero morti di sete o li avessero strangolati. Uno era riverso supino con il muso piantato nell’erba. Anche l’altro era supino ma aveva la parte posteriore del corpo mezzo avvitata, e si vedeva una zampa posata a terra e l’altra ripiegata all’insù. Sul ventre si stagliava il pene parzialmente inturgidito. Non era la prima volta che vedevo leoni in quel giardino, ma di norma erano esemplari femmina, vive e scalpitanti, che mi cacciavano come una preda, e io, ogni volta, chissà come riuscivo a fuggire e a trovare riparo dietro la porta di casa. Era un portoncino di noce molto resistente che inchiavardavo  con i catenacci, e le loro zampate che pure dall’interno sentivo chiaramente finivano per lasciare soltanto qualche graffio tra le modanature, come constatavo il mattino dopo (cacciavano all’imbrunire, nel fresco della sera). A volte le scorgevo dalla terrazza al primo piano mentre si aggiravano gettandomi fameliche occhiate femminili. E ora che finalmente erano comparsi dei maschi, li avevo trovati morti, brutalmente assassinati. Intanto che il mio conoscente additava il pene del leone coricato facendo non ricordo quale stupida battuta, mi sentivo sprofondare in qualche angolo di me stesso mentre realizzavo che l’abominio che aveva compiuto quell’eccidio si nascondeva in qualche altro angolo anch’esso di me stesso.

A bordo piscina incontrammo il Presidente del Consiglio Conte in abito blu che arringava i suoi omologhi tedesco e francese. Era in piedi, di spalle, e teneva le dita di una mano incrociate dietro la schiena mentre diceva in un inglese felpato, quasi accarezzato dall’inflessione meridionale, che potevano starne certi, certissimi, l’Italia si sarebbe ripresa quanto prima, già si vedevano i segnali della crescita, e giurava, sempre l’avvocato Conte, che i debiti internazionali sarebbero stati assolti presto, prestissimo, e io e il mio conoscente, che pure non vedevo, ci guardammo negli occhi vicendevolmente e vedemmo ciascuno negli occhi dell’altro l’immagine del debitore moroso, insolvente e insoluto che spergiura al creditore che domani pagherà, pagherà tutto, interessi inclusi, garantito.

Poi io e il mio conoscente che, come ormai noto, mi era rimasto invisibile per tutto il tempo, svanimmo in un qualche altro stato di coscienza, ciascuno il suo, o sprofondammo in qualche dimensione che non so: comune o individuale, neanche questo so.

 

Lamai, 28 giugno 2019

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