Il vuoto del vaso – Consolazioni al mal di vivere ovvero istruzioni per una vita viva all’insegna del buio nulla

Il vuoto del vaso  –   Consolazioni al mal di vivere ovvero istruzioni per una vita viva all’insegna del buio nulla

Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao.

Nel vuoto del vaso sta il senso del suo uso.

Tao Te Ching

 

È perché non ci resta più niente da creare che distruggiamo quello che ci resta.

GR99

 

 

Serena convivenza

E poi Donna Belonga disse Ammesso che dio esista, l’universo è abbastanza grande perché io e lui possiamo convivere pacificamente senza pestarci i piedi.

 

Figli delle Stelle (Made in Stars)

Dopo capolavori come Serenesse e Un fiume tranquillo, compresi dai pochi che li hanno amati come pochi, Alan Sorrenti, sospinto da banali istanze di sopravvivenza, giunse banalmente alle vette delle classifiche italiane con un brano banalotto intitolato Figli delle Stelle. L’orecchiabilità della melodietta e i testi smaccatamente ammiccanti non devono trarre in inganno inducendo i più sofisticati a ricercarne una recondita bellezza. No, nessuna esoterica ambiguità indice di grazia: Figli delle Stelle è davvero una canzone profondamente brutta. Peccato, perché la si sarebbe potuta salvare con poco: sarebbe bastato un piccolo cenno, anche tra le righe, alla veridicità del titolo, vacuamente ripetuto nel ritornello fino alla nausea sartriana.

Dal punto di vista scientifico – dall’unico punto di vista pertinente quando si ha a che fare con la materia conosciuta –, gli elementi chimici che compongono questo tavolo, tua moglie, sua madre, il suo vibratore in lattice a cinque velocità con doppia funzione vibrante e pulsante, l’iPhone di tuo figlio da mezzo tera, l’auto ibrida che vorresti acquistare se tuo figlio e tua moglie e sua madre smettessero di sperperare il tuo denaro in gadget elettronici, gli esseri umani, le scimmie, il pianeta Terra, il Pianeta delle Scimmie, l’intero universo insomma, vengono prodotti nelle e dalle stelle (Made in Stars). Le stelle sono immense fornaci termonucleari, che a partire dall’elemento più semplice, l’idrogeno, costruiscono via via tutti gli altri elementi chimici più pesanti, cotechino incluso.

Questa considerazione suggella la bruttezza della canzone di Sorrenti, e annichilisce la nostra schietta, fanciullesca, estasiata meraviglia di fronte a una delle più inoppugnabili e poetiche verità della scienza: gli atomi che compongono le nostre molecole, le nostre cellule, noi stessi provengono dalle stelle. In quel brano Alan si è rivelato un pessimo paroliere e un grande cosmologo: noi siamo veramente figli delle stelle, e a questo punto sarebbe il caso di cantarlo.

 

Nostalgia

Non sono un nostalgico. Le mie nostalgie si spingono al massimo all’altro ieri, quando tempestava. Col temporale si sta bene chiusi in casa, non c’è l’obbligo morale di uscire a prendere una boccata d’aria: soltanto boccate di sigaretta. A finestre tappate si sentono i tuoni che fanno pensare a certe sonorità dei Mogwai. I Mogwai sono emuli dei Sigur Ròs, che sono quasi dei geni. Personalmente ritengo i Mogwai più grandi dei Sigur Ròs, perché sono venuti dopo e perché si occupano più della magia del suono che della musica, così come Jung è più grande di Freud perché è venuto dopo e perché non era uno psicanalista ma un mago.

Col temporale, dicevo, si sentono i tuoni, si ascoltano i Mogwai, si può sprofondare nell’inconscio collettivo di Jung e aspettarsi il meglio: magari un bel fulmine che si schianta sulla magnolia del vicino. E intanto pensare tranquillamente a qualcuno che ci ha tradito, cosa impossibile a farsi senza farsi male quando c’è il sole.

 

Nostalgia due

Non sono un nostalgico, tanto meno degli anni Settanta. Potessi scegliere, vorrei avere esattamente l’età che ho o al limite trent’anni di più. Non sono un nostalgico perché non si può avere nostalgia del futuro.

 

Oscurità

Dicono che con l’ipnosi o con altre tecniche di alterazione della coscienza si possa scivolare in uno stato di regressione e ripercorrere a ritroso tutta la propria vita fino a rivivere il momento della nascita (e addirittura più indietro nel tempo: persino intravedere il tracciato delle vite precedenti).

Sono possibilista, ma confesso che per me sarebbe imbarazzante assistere al mio concepimento, e credo che qualunque giudice valuterebbe il fatto come una violazione del diritto alla privacy dei genitori del concepito. Quanto alle vite precedenti, secondo gli astrologi non c’è uno di noi che non sia stato come minimo un principe o un pirata, un papa o un condottiero, un avventuriero o un artista. Possibile che nessuno abbia mai fatto il lavapiatti, il becchino, lo schiavo, il servo della gleba? Dico: se tutti occupavamo ruoli di prestigio, chi lavorava nei tempi andati? Chi ha materialmente costruito le piramidi, il colosseo, la grande muraglia? – I poeti e i cardinali?

A fronte di tante incertezze ho quantomeno la certezza che ogni essere umano è stato concepito nel buio dell’utero e vi ha dimorato più o meno piacevolmente per diversi mesi. Non parlo solo degli esseri umani e degli altri mammiferi. Tutti gli animali, tutti gli esseri viventi nascono al buio: nel buio delle grotte si schiudono le uova dei pesci e nel buio della terra germogliano i semi degli alberi. Nel buio delle lenzuola in fondo ai piedi si riproducono gli acari, sin dal primo vagito voraci di pellicine e residuati corporei quanto lo sono i teen agers di mohito tarocchi e olive anoressiche al primo happy hour strappato ai genitori. Si dovrebbe venerare il Buio come acari e teen agers. È dal Buio, mai dalla luce, che sono rinato molte volte. Ne ho le prove.

 

Ti amo

Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao.

E a me che in vita mia, tra le tante sciagure, è capitata anche quella di sentirmi dire ti amo.

 

Ti amo/non ti amo più ma ti voglio bene, molto bene

Ti amo e mai una volta che io abbia risposto l’unica cosa che si possa dire a fronte di un simile affronto: Non bestemmiare!

Col senno di poi (con cui nemmeno ho iniziato a scavare la fossa), nella mia esistenza di partner, di compagno, di fidanzato (e di altre varianti di simili orrori lessicali e di ruolo) ho realizzato che ti amo non significa – come dovrebbe – sii ciò che sei, ma: ti voglio possedere, devi diventare come dico io, devi vivere con me e darmi un figlio, devi farmi felice, devi fare quello che dico io, devi appagare i miei bisogni, soddisfare i miei desideri. Anzi peggio: siccome io ti amo, se non ti lasci possedere, se non diventi come dico io, se non vivi con me e non mi dai un figlio, se non mi fai felice, se ti rifiuti di fare quello che dico io, se non appaghi i miei bisogni e non soddisfi i miei desideri, allora sei colpevole, e siccome sei colpevole perché – malgrado il mio amore – non ti lasci possedere, non diventi come dico io, non vivi con me e non mi dai un figlio, non mi fai felice, ti rifiuti di fare quello che dico io, non appaghi i miei bisogni e non soddisfi i miei desideri, allora non ti amo più, ma ti voglio bene, molto bene. Che tradotto significa: amore mio (anzi: mio molto benvoluto), preparati, ora comincia il bello, la do a chi mi pare, magari a qualche tuo amico o nemico, poi trovo il modo di fartelo sapere, magari insinuandoti il sospetto di essere incinta non si sa come, non si sa di chi, e questo è il tuo scotto per non avermi amato.

 

To love or not to love?

La consolazione sta nell’aver finalmente capito la differenza semantica tutta italiana – da me, al pari degli anglosassoni, mai precedentemente compresa – tra amare (to love) e voler bene, molto bene (to love). Nei giorni a venire mi ripropongo di approfondire quella tra voler bene, molto bene (to love) e punire/vendicarsi/odiare (sempre to love?).

 

Colpevole

Ti amo, e io zitto, con l’ego che scodinzolava contento, come mi avessero detto, che so, che ero bello quanto un atleta di Olimpia o che la mia vita era utile o almeno finita.

Ti amo, e io Narciso che rispondevo come la ninfa Eco: Ti amo, ti amo anch’io.

 

Senilità

Invecchio con dignità. Senza lifting, cure di bellezza, lisposuzioni, lavaggi del sangue e altri artifici e raggiri i cui effetti estetici restituiscono alla persona che li adotta l’espressione traslucida di una maschera di cera in carne e ossa, per altro destinata a durare meno di una confezione di simmenthal carne senza ossa.

Invecchio con dignità, che significa avere la sciatica, un sensibile calo nella qualità e quantità dei denti, i capelli radi e grigi, la presbiopia, la miopia, il calo dell’udito e tutto ciò che naturalmente ottunde i sensi e miracolosamente – senza nemmeno aiuti psicofarmacologici – distacca –mi auguro a ritmo sferzante – il cervello da un contatto troppo emotivo con la realtà. Significa anche accettare tutto questo non solo con gratitudine ma anche con autoironia come facevo l’altro ieri con un amico, raccontandogli della notte precedente, incalzata da stimoli interni tra loro incompatibili come appunto il piacere senile della sciatica e il dolore di una erezione sprecata, nonché da uno stimolo esterno quale una scossa tellurica che faceva vacillare il letto e tentava di far vacillare il mio equilibrio notturno, per altro irremovibile nella sua propensione al riposo senza se e senza ma, che mi induceva semplicemente a mandare affanculo tutti e tre gli stimoli e mi riportava per mano al mio sonno ricreativo.

Niente di eroico, ben inteso, solo banale consapevolezza: sapevo in cuor mio che sciatica erezione e scosse telluriche erano destinate a andarsene presto. (Io anche, ma dubitativamente con altrettanta prontezza.) Perché preoccuparmi e permettere loro di guastarmi il piacere del riposo, il lusso di un sonno fetale che nel migliore dei casi una bella scossa del decimo grado avrebbe potuto interrompere (brevissimamente) prima di renderlo eterno?

 

Down

Ci sono momenti (sempre) in cui ripenso agli amori passati. Dalla nuca si riversano sullo schermo pineale immagini di bottini genitali femminili sparsi e lampeggianti, curiose sovrapposizioni e commistioni di donne realmente vissute, alcune tuttora viventi, che nel tempo perduto hanno incrociato il loro destino con il mio, le loro gambe con le mie. Ma nemmeno di quelle rimaste vive potrei dire che lo sono veramente. Correggo: non dentro di me. Nel buio del vaso si affastellano fantasmi senza nome e senza faccia, echi ectoplasmatici di parole non dette ma avvertite, di frasi smozzicate, di ti amo proclamati e immancabilmente smentiti dalle azioni. Non parlo per la delusione del momento, parlo con la disillusione dell’età di quando i sogni e le speranze e le aspirazioni non hanno significato se non quello che (quasi mai) le vede tradotte in azioni congruenti.

È il benvenuto nel mondo degli adulti, dove solo i comportamenti fanno scuola e fanno testo e per niente letterario. È la scuola della vita adulta, dove gli eccessi emotivi verbali e non, e le aspettative verbalizzate e non hanno il sapore delle rimpatriate tra coscritti usciti baldanzosi per una pizza insieme e rientrati soli e divisi da una pizza a testa che sapeva non di funghi e carciofini, non di prosciutto e scamorza, ma di riesumazione reciproca e cannibalismo collettivo.

Meglio il vuoto.

Meglio da soli.

 

Up

Eppure avverto una curiosità verso la vita, un desiderio di sapere, di conoscere che mai e poi mai mi consente di scoprirmi pessimista. La vita vola più alta di me, più delle mie discese agli inferi uterini, più delle mie pindariche inezie.

Quando leggo che non la fantafisica new age, ma la fisica dei Nobel si scontra ogni giorno con le realtà ultime e penultime dell’esistente e per non capitolare deve ripiegare sulla metafisica, io sono felice. Quando apprendo che il mattone ultimo o penultimo che costituisce la materia, forse è particella o forse è onda, o forse non è onda e nemmeno particella, io sono felice. Quando sento che gli scienziati conoscono il 95% del 4% dell’Universo conosciuto e che comunque – fossero pure realistici questi dati – il restante 96% del restante Universo (di quello che si trova non a un miliardo o a un milione di anni luce da noi, ma proprio qui sopra, a pochi chilometri dalle nostre teste) è sconosciuto e a oggi inconoscibile, al punto che – con slancio creativo degno di uno negromante medievale – l’hanno chiamato Materia Oscura e Energia Oscura, io esulto e compio piroette e capriole vertiginose e mi libro nell’alto dei cieli a una spanna da terra sospinto dalla gioia infinita di sapere che non sappiamo. Di sapere che la tecnologia non è tutto e tantomeno il Tao, e che di certo il mondo e l’Universo non ci stanno alle regole della nostra scienza e della nostra fisica, perché come non si misurano i sentimenti umani con il metro così non si può conoscere il Tutto se non con un volo dello spirito, cioè con un balzo quantico delle cellule che misteriosamente e misticamente compongono il nostro corpo.

Che gioia bambina, che sollievo senile sapere che il mondo, l’universo noi non siamo congegni meccanici perfezionati come motori giapponesi, né tubi digerenti perfetti come lombrichi (giapponesi e non) come invece scienza medicina e catene di distribuzione alimentare ci impongono di credere.

L’universo è mistero. Noi siamo mistero.

Il Tao “è l’oscuro, oscurità nell’oscurità, la porta di tutti i misteri.”

Tao a tutti i materialitti e tanti taluti agli tienziati.

 

Il nome delle cose

Tutto, in quella stanza, era blu, di un bel blu oltremare. No, non oltremare, era blu e basta. Oltremare lo dico adesso, perché mi piace, mi fa scrittore. Scrittore è (anche) uno che racconta e se la racconta, che pesa le parole non tanto per ciò che valgono, ma soprattutto per come suonano. Anche quando non scrive.

Guarda Proust. Alla morte della madre eredita qualcosa come sei o sette milioni di euro attuali, e lui, lo Scrittore che è in lui, si mette a investirli in borsa comprando al rialzo e svendendo al ribasso. Ciò che conta, per Marcel, non è il valore o l’affidabilità dei titoli, ma il loro nome. E per il suo genio deve trattarsi di un nome evocativo, esotico, sensuale. Perciò compra azioni che si chiamano Ferrovie del Messico, Miniere d’oro australiane, Ferrovie del Tanganica, Light and Power di Buenos Aires e via dicendo. E perde. Si consola dicendosi che avevano un bel nome, parlarne con gli amici è stato appagante. Parlare del Grande Tao, invece, non è possibile nemmeno per Proust. Tantomeno con gli amici.

 

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1 Comment

  • Alice Zoe Posted 08/04/2019 21:56

    Wow!!!! Grazie!

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