John Fante mi ha rovinato la vita (e poi me l’ha salvata)

John Fante mi ha rovinato la vita (e poi me l’ha salvata)
Dopo Fante, il Nulla. Dopo Fante niente vale più la pena di essere letto. O scritto. Ha già fatto tutto lui, prima o dopo, e meglio, sempre, di tutti. Una sua mezza pagina qualunque vale mille volte le più sublimi pagine baciate dal Nobel, le cartacce di Heminguay in testa. L’alterità di John Fante richiama l’alienità di Ko Samui: non una terra diversa, non uno scrittore diverso, ma un Universo a sé, tangenziale e imbizzarrito, trasparente e misterioso, stupefacente e micidiale.
La prima volta che lessi La confraternita del Chianti non lo lessi, perché mentre gli occhi correvano sulle pagine a fagocitare parole concrete come carne, una vocina non smetteva di interrogarmi: ma chi è? chi è? chi è? come ha potuto scrivere così, come ha potuto farmi questo? E lacrime di felicità e di disperazione mi scorrevano sulle guance, e posavo il libro, e semi accecato lo guardavo come si guarda il figlio che si avrebbe voluto avere e che finalmente è arrivato, come l’amante che si è sempre sognata e che ora è qui, stretta al nostro petto; lo guardavo come lettore e mi sentivo in estasi. Altri suoi libri mi aspettavano, altre letture e riletture da amare come si amano i figli – no, quei libri a venire li avrei amati di un amore più puro, l’amore con cui si amano i cani. Mi passavo la lingua sulle labbra all’idea che l’indomani sarei corso in libreria per approvvigionarmi di altro Fante, altra polpa da divorare con gli occhi. Poi però le lacrime si facevano amare, si macchiavano di disperazione, s’intossicavano del livore del collega, della bile dello scrittore soccombente. Né prima né poi nessuno, come Fante, mi aveva suscitato una così violenta, infernale invidia. L’inarrivabilità di un Proust, il suo sensazionismo conoscitivo, la fondu del suo linguaggio omogeneo e cremoso come una mousse lessicale; l’inaccessibilità di un Kafka, le deformazioni vertiginose dei sui mondi claustrofobici, l’effetto treno delle sue pagine travolgenti; l’inavvicinabilità dell’introspezione microchirurgica, caotica e folgorante di un Dostoevskij (Scorpione, Terza Decade per un soffio, 11 novembre – idolatrato da John Fante); la purezza delle contaminazioni da insiemi sfocati di uno Stevenson (altro Scorpione, gli scrittori dello Scorpione sono pochi, ma quando sono, sono) – nessuno di loro mi aveva suscitato le fiamme di Fante. Loro sembravano – erano – irraggiungibili, Fante, per come potevo concepirlo, era – sembrava – a portata di mano. Il suo linguaggio semplice, per niente ricercato, quel suo modo di scrivere mettendo in fila le parole, una dopo l’altra, come le perline di una collana… era tutto così facile, così naturale, che ci voleva? Ogni volta la risposta non tardava a arrivare: ci voleva il suo genio, ecco cosa ci voleva. Allora guardavo La confraternita del Chianti dispiegato sul mio letto come un uccello immoto, e al posto del libro non vedevo più il figlio ritrovato, l’amante stretta al petto, no, tra le mie verdi lacrime di invidia vedevo soltanto il mio cuore, il mio povero cuore sanguinante, morto tra le lenzuola. Io non avrei più scritto.
E così fu, per molto tempo.
Né, come lettore, le cose andarono meglio. O Fante o niente. Non che non ci provassi. Ma era inutile: se andava bene, la letteratura non-fantiana era insipida. Negli altri casi mi risuonava falsa. Artefatta. John Fante mi aveva rovinato la vita. Non potevo leggere che lui, e non potevo scrivere come lui. Non potevo né leggere né scrivere. Ero un analfabeta di ritorno. Non mi restava che vivere.
Intensamente vissi e viaggiai in quegli anni, e amai una donna lunga e sottile e profumata come sapone di Marsiglia, e vidi con lei cose meravigliose (vedete? sto scrivendo come parla il replicante di Blade Runner, perché allo scrittore non è dato di vivere la vita, se gli va bene può riuscire a replicarla.). Vidi, con lei, pesci, grandi pesci argentati, barracuda e squali, con lei scendemmo a patti con due varani sull’isola di Sipadan a oriente del Borneo, e ne uscimmo vivi e ci divorammo in una capanna di bambù, ci avvinghiammo come scimmie dopo la morte scampata, ci avvinghiammo alla vita con baci e morsi. Con lei saggiai le profondità del Mar di Celebes, e mi dicevo – e mi raccontavo, e mi mentivo – che se non potevo più esplorare i miei abissi avrei sondato le profondità del mondo, le profondità del mare, le profondità dell’amore per Shalaba. Con lei m’illusi che l’amore mi avrebbe guarito. Ma sotto le ceneri dell’amore, le braci di Fante ardevano ancora. E quando le ceneri furono spazzate via dai venti esistenziali, John Fante tornò a bruciarmi il cuore. Tornai a lui. Senza Shalaba, vivere quei giorni mi era impossibile. Non mi restava che arrendermi, leggere John Fante, e leggerlo davvero. Lessi e rilessi i suoi libri tre, cinque, dieci volte, succhiandone ogni riga, leccando ogni singola parola. E alla fine, finalmente, mi illuminai. Il suo scrivere. Quel padre che aveva, quel Nik Fante, quell’abruzzese tarchiato e rozzo, quel bestemmiatore, gran puttaniere alcolizzato, giocatore, quel muratore forzuto, mani quadrate capaci di innalzare, sole, cattedrali di pietra, basiliche di granito fatte con le dita, pietra su pietra, belle come scogli tra le nevi del Colorado, un artista a modo suo, un Michelangelo in muratura, e quella madre, vestita a lutto sempre, devota alla Madonna, piagnucolosa, sempre ai fornelli a cucinare melanzane e peperoni, aglio ovunque, fin nelle tasche del marito traditore, quella sua ciurma di fratelli e sorelle, ribelli e inconcludenti, quegli amici di Nik Fante, tronfi, gonfi di vino rosso, truculenti e spaventosi, duri, frontali, ebbri, ubriachi sempre, quei vigneti d’oro nel sole d’oro della California, quel suo (di John) essere dago, un italiano del cazzo come lo siamo diventati noi, quel suo braccio lanciatore di palle da baseball, quel suo parlare al proprio braccio come si parla a un figlio, quel suo padre Nik che gli sputava addosso (lo scrittore, vuoi fare lo scrittore? che schifo. E poi, cazzo fa uno scrittore? niente, non fa niente. Lo scrittore, puah, che cazzo di lavoro è?), quel suo essere alieno, un figlio sensitive in una famiglia di immigrati di pietra e neve, lotta durissima per la sopravvivenza, i denari duramente guadagnati da papà Nik sputtanati in alcol figa e gioco, gioco figa e alcol, le lacrime della madre, le botte del padre, quel suo fuggire dall’orrore e dal gelo del Colorado, raggiungere la California, la terra promessa, il tepore e le donne, miseria ancora miseria, una camera in affitto a San Francisco, un cesso di camera, miseria sempre, a seguire i primi tentativi, i primi racconti spediti, i primi racconti rifiutati, il primo racconto preso, pubblicato, pagato, la felicità, il suo correre dalla bella camerierina del bar, il suo farsi bello sventolando la rivista con il suo nome sopra – John Fante – (sono famoso, ora!), il rifiuto della bella, la disperazione, un mozzicone di sigaretta raccolto per strada, stretto tra le dita, adorato come una divinità, perché una donna lucente e misteriosa, una di mondo, l’ha lasciato cadere, e ancora il filtro brilla e profuma del suo rossetto e di promesse, e poi altri racconti, altri tentativi, i primi romanzi, e finalmente Hollywood, finalmente un cazzo, perché a Hollywood gli tocca fare tutto tranne che lo scrittore, sceneggiature per film western di serie C, B quando va bene, però son soldi, bei soldi, una casa propria finalmente, a Malibu come le star del cinema, una famiglia, una moglie, figli, e il dolore immenso di non essere considerato per ciò che è, per ciò che supera, per ciò per cui i posteri gli renderanno onore e gloria: John Fante, lo Scrittore, il più grande (cinque o seimila copie vendute in vita), il maestro di tutti.
Moribondo, morente di diabete, inchiodato a letto con le gambe amputate, detta il suo ultimo romanzo Sogni di Bunker Hill alla moglie. John non la vede. È cieco.
Fante era il mio Dio, ebbe a dire Bukowski.
 
Bo Phut, Ko Samui, Th, January 20th, 2013
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1 Comment

  • Claudia Posted 07/08/2018 14:36

    Non ho parole per descrivere le emozioni e le sensazioni che .provo nel leggerti.
    Nella mia mente un pensiero continuo: che meraviglia! come scrive! Tutto il resto intorno a me si eclissa, esistono solo le tue parole. Grazie e grazie a dio ti ho scoperto. Non sono affermazioni esagerate come se non avessi letto mai nulla. Nelle tue parole mi ritrovo e mi riscopro. Sei un uomo ricco di vita senza fitri e paure e con molto molto coraggio. Un grande scrittore.

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