La salvifica finzione

La salvifica finzione

E ora che percorrendo la panoramica per Chaweng mi imbatto in questa donnetta esile, esule, che per tutto il giorno, tutti i giorni da sette anni in qua, va su e giù per questi trafficati saliscendi mozzafiato maleodoranti come una martire errante o una paripatetica vittima di un atroce sortilegio da lei stessa architettato, non posso esimermi dal pensarla bambina, dall’immaginarla nell’atto di impastare una torta con la sabbia, o mentre rammenda il vestitino della sua bambola del cuore, o mentre con mozziconi di matite colorate è intenta a tratteggiare puerili rappresentazioni del viso di sua madre; dall’immaginarla, cioè, percorsa da un fremito di felicità infantile, fulminea come un ago lucente che ne buca la pelle per spegnersi un istante dopo nel buio delle viscere. E mentre mi sfila a fianco nella sua uniforme di cenci neri atti a esibire al mondo la misura del lutto che, a forza di impetrarlo, alla fine le è piombato addosso, le cerco gli occhi tenuti bassi per inviarle un cenno di solidarietà o sostegno, come volessi con il potere dello sguardo sollevarla anche solo per un attimo e imprimere alle sue ossa esposte, alle ginocchia sporgenti, crepitanti, un’andatura più leggera, levitante sul suo male oscuro. Come volessi, con il potere dello sguardo, incenerirla lì dov’è, e porre fine alla sua tragedia senza fine.

Tra gli isolani si sa solo che vive di niente, questuando avanzi nei ristoranti e oboli nelle scuole per stranieri: nessuno conosce la sua situazione in merito a visti e permessi di soggiorno. Nessuno sa dove passi la notte. Nessuno l’ha mai vista se non su questa strada da lei percorsa dall’alba al tramonto avanti e indietro, indietro e avanti, quasi fosse, più che una donna naufragata, una versione antropomorfa della navetta Lamai-Chaweng/Chaweng-Lamai che trasporta un solo passeggero e una sola mercanzia: il suo dolore universale, conseguenza indefettibile del credo nella carne elevato a mistero spirituale. Una fede cocciuta e pervicace, fondata, come ogni fede, sull’illusorietà delle premesse.

Tel Aviv o Tessalonica: due anni di straordinari, due anni di risparmi persino sullo smalto delle unghie mentre lavora prima come cassiera di supermercato, poi come factotum in uno studio legale. Un passo avanti nella sua carriera, due passi avanti, considerando che ora gli è vicina anche intellettualmente mentre lui studia giurisprudenza con un’applicazione così vorace da portarlo molto prima del previsto al conseguimento della laurea. Finalmente arriva il premio, il sogno si realizza. Sull’isola nessuno sa cosa precisamente disse la ragazza al momento dell’imbarco sul volo per Bangkok, se disse Addio Israele oppure Addio Grecia: lei stessa artefà la sua inflessione inglese per confondere l’interlocutore del momento sulla sua vera identità nazionale spacciandosi una volta per greca, una volta per israeliana, e con tutta probabilità questa è l’unica forma di divertimento, l’unico potere personale di cui dispone oggi. Quello che è certo è che disse addio al suo Paese nativo, un addio breve come un sogno da siesta pomeridiana, fugace come la prospettata vacanza a due, due settimane tutto compreso, preludio di una viaggio di nozze mai compiuto nonché di un esilio senza fine alla fine conseguito. Nessuno sa se quando disse addio fosse già allacciata alla cintura e stringesse la mano del suo amore laureato seduto accanto a lei o fosse ancora nell’atto di pigiare il suo zainetto variopinto nello stipetto sopra il sedile. Nessuno sa se tre o quattro giorni dopo il loro arrivo a Ko Samui, quando ormai la pelle non bruciava più e volgeva al cioccolato; quando gli occhi si erano imbevuti a sufficienza delle vampe del tramonto sulle rosse propaggini di Nathon, e avevano assorbito la comicità ieratica delle pietre lavorate dagli elementi in forma di organi sessuali maschile e femminile del Father and Mother, e si erano stancati delle sabbiose fluorescenze di Silver Beach abbacinanti come distese zuccherine… nessuno sa se fu lui o lei a proporre il gioco. Se vogliamo continuare a seguire i canoni da tragedia greca cui si ispira questa storia che strappa con la brutalità di un gigante metafisico le rassicuranti bordure del tessuto della realtà, possiamo immaginare che fu lei la proponente. Certo, non le erano sfuggite le occhiate che lui gettava a quelle ragazzine magre, dinoccolate come bisce, sensuali come ninfe evase dalle pagine di un’epopea induista; né, tantomeno, aveva potuto evitare di sentire, sempre lei, le vibranti ondate di desiderio che promanavano dai nervi di lui alla vista di quelle stesse creature scure, scalze, miagolanti e affamate se non di sesso, di soldi, che del resto, del sesso, forgiano la nervatura e plasmano l’anima. In tutta Ko Samui nessuno sa con certezza come andarono le cose, ma è probabile che fu proprio lei a porgergli quell’offerta di amore infinito, onnicomprensivo, incondizionato, la cui giurisdizione compete solo a una madre o a una donna scelleratamente innamorata. Nessuno sa se quell’offerta venne fatta nel corso di una cena, coppe di vino scintillanti al lume di candela sulla terrazza del Vikasa, da dove si vede il mare sottostante naufragare nella notte travolto dalle ondate delle tenebre. O se, invece, tutto cominciò quasi per gioco durante un amplesso, mentre lei per eccitarlo ulteriormente gli rievocava la visione della magnetica creatura che avevano osservato insieme sulla spiaggia di Chaweng Noi, una lupa in bikini nero, nera lei stessa, seni sbozzati e ventre piatto e gambe lunghe e levigate e braccia sottili come il gambo delle calle. E se poi non fu precisamente questa la ragazza con la quale, il pomeriggio seguente, si misero a giocare nella penombra del loro bungalow, di certo doveva essere a sua volta molto attraente, e molto nera, e flessibile, e doveva possedere anch’essa, dentro e fuori, qualità che la nostra israeliana, o greca, non aveva, dato che il mattino dopo lui la lasciò per l’altra, la licantropa siamese, e lei, l’israeliana o greca che sia, immediatamente, perse il senno, impazzì d’amore. O, meglio, trovò la fede e prese istantaneamente i voti, decidendo irrevocabilmente di dedicare la vita solo a lui o, meglio, all’attesa di lui o, meglio ancora, alla diponibilità assoluta a darglisi di nuovo incondizionatamente quando lui si fosse deciso a tornare da lei. Lamai-Chaweng-Lamai. Eccomi amore, sono Penelope: deambulo in continuazione perché tu mi possa scorgere subito, non appena sbarcherai sull’isola! Ecco la sola ragione per cui oggi come ieri scivola sul ciglio della strada trascinando gli arti scombinati come un’immensa, disidratata ameba nera, e il brecciolino sotto le scarpe sfondate scricchiola di concerto con le articolazioni delle ginocchia deprivate delle cartilagini, e ancora: cappellaccio nero cotto dal sole calcato sugli occhi pesti, polmoni guastati dalle continue inalazioni del biossido del carbonio che i camion si lasciano dietro come fumose, pulviscolari code di comete tossiche. E se da un lato non posso che provare, in retrospettiva, una teatrale identificazione con questo suo modo osceno di provare amore e di esibirlo al mondo, d’altro canto la vorrei vedere messa sotto da uno di quei camion quanto prima perché in lei non avverto la fiducia che, per quanto crepuscolare e tormentosa, sempre – dico sempre! – sono riuscito a trovare in me stesso; perché il mio amore, per quanto folle, non ha mai oltrepassato i bastioni della mia follia; perché per quanto abbia amato, per forza di cose non ho mai amato con l’amore di una madre o di una donna scelleratamente innamorata; soprattutto perché la consapevolezza di essere io stesso l’autore della mia tragedia personale mi ha consentito, ogniqualvolta ne ho sentito l’impellenza, di modificarne struttura e trama in corso di svolgimento: recitando a braccio, alla fine di ogni atto il protagonista, per quanto ammaccato, è salvo.

A parte quel suo modo goffo di rivalersi sul mondo storpiando l’accento inglese, non vedo in lei alcuna ambiguità, non vedo predisposizione per l’inganno. In lei non c’è forza di creazione, non c’è letteratura sufficiente per aver salva la vita. La sua esistenza non è tragedia e non è commedia, ma un romanzetto scritto da un mediocre autore che non è nemmeno lei: il finale, già scritto anch’esso, del tutto prevedibile, non lo si può cambiare. A questo punto, ditemi voi se questo mio augurio che morte la colga prontamente non è solidarietà, non è pietà, non è, in fin dei conti, amore.

 

Lamai, Samui, Th, 5 luglio ’19.

Brano tratto dal quinto capitolo del romanzo Il nono tornante.

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