TRAFFIC – Romanzo (Prime Bozze) – Cap. 2

TRAFFIC – Romanzo (Prime Bozze) – Cap. 2

TRAFFIC

2. I Vandali e le rose

 

Quando non è giornata dedicata alla scrittura, mi piace passare parte della tarda mattinata a un tavolo della French Bakery, denominata anche La Fabrique, la pasticceria regina di Samui, per una seconda colazione a base di mango fresco e caffè americano. La barista ha due spirali di polvere gialla disegnate sulle guance, un viso da roditore, un filo di baffi, capelli neri lucenti e un corpicino bello da ferire. Non sorride quasi mai – non è thai, è birmana – ma quando lo fa, le stelle che ha nei capelli risplendono anche nel fondo dei suoi occhi. Oggi è giornata fortunata: nessuno con cui fare conversazione. D’altra parte, il locale, rumoroso e arroventato com’è malgrado i quarantadue ventilatori sempre accesi, è il posto peggiore per mettersi a scrivere o a pensare. In compenso, non ne conosco di migliori per abbandonarsi alla memoria e alle sue superfetazioni – come in sauna, il caldo aiuta a vagare nella ridondanza di ricordi. Prendo posto al primo tavolo a sinistra della fila prospicente la strada e guardo fuori. Sull’altro lato della via, quasi di fronte, si erge un’imponente casa a due piani di legno annerito, con il tetto a punta in stile thai. Davanti alla casa c’è un tavolo e sul tavolo, a seconda dei giorni, ecco apparire alternativamente dei caschi di banane, un pugno di durian, una mezza dozzina di noci di cocco, una ciottola traboccante lici o mangustin. Una coppia di vecchi decrepiti si alterna l’unica stampella per portarsi fuori a vendere il prodotto del giorno spiccato dal giardino sul retro. Se a uscire di casa è l’uomo, la donna, inabile come lui alla deambulazione senza gruccia, resta dentro, e se ne intuisce la presenza attraverso il portone spalancato perché la sua figura immobile, seduta in fondo (o la figura parimenti immobile dell’uomo, quando è il suo turno di riposo) è la macchia più scura nella buia profondità dell’unica immensa stanza che costituisce il pian terreno. Quando passa una betoniera – se ne vedono sempre più, di sempre più grandi, quasi tutte nuove fiammanti –, non c’è volta in cui non mi chieda che ne sarà di questa casa, ora momentaneamente e quasi predittivamente scomparsa dietro al bicchiere rotante dell’automezzo, che ne sarà di questa grande casa quando i vecchi saranno morti, quale bubbone di cemento prenderà il suo posto, che ne sarà dell’ondeggiante bandiera thai piantata sulla nuda terra accanto al tavolo delle mercanzie.

Il traffico scorre come un fiume tempestoso tra le rocce. Fissarlo, mi conduce con una sorta di fatalità preannunciata a uno stato di coscienza in cui i ricordi fluiscono liberamente. Con liberamente intendo dire che quando i meccanismi della memoria primeggiano sugli organi della visione, le immagini e i pensieri emergono svincolati, non associati né associabili a quello che mi passa sotto gli occhi. Davanti a me c’è il sole ardente che brilla tra i metalli arroventati in movimento, là c’è un po’ di neve caduta su una strada quasi deserta, e questa strada in parte innevata non ha evidentemente niente a che vedere con la strada che ho davanti, che, per l’altro, è l’unica che vedo veramente. Come se stancare con la meticolosa osservazione dei dettagli un senso così dispendioso di energie cerebrali quando ha a che fare con visioni tumultuose del mondo circostante alla fine spegnesse l’organo della vista consentendo a un’altra parte del cervello, profonda e quasi inerte nella vita quotidiana, di liberare se stessa e di consentirmi l’accesso a un altro mondo – come avviene nei sogni. E se anche in questo mondo quasi onirico il pensiero non può dirsi del tutto assente (non lo è mai, nemmeno nei sogni), ho idea che più che di una forma di pensiero dissociativo, si tratti di pensiero oppositivo o alieno – mai alienato come è invece negli incubi e nelle paranoie. Sia come sia, a quest’ora, sempre, il camion della sabbia irrompe sulla scena. Senza rallentare, attraversa la strada in una micidiale sterzata che taglia la strada a tutti e si infila sbuffando in uno stretto vicolo sfiorando senza toccarli i pick-up parcheggiati ai lati, procedendo veloce e sicuro, con l’encomiabile maestria di chi vedrei più adatto alla guida di una motocicletta che di un camion; anzi, con tutte quelle sgasate e accelerate e frenate improvvise e fulminee riaccelerate, lo stile di guida lo si direbbe più da ciclomotore, da motorino elaborato, che da motocicletta vera e propria. Uno spettacolo da non perdere: osservare un bestione di tali proporzioni, armato sui montanti di filze abbacinanti di specchi retrovisori dai dorsi cromati, farsi largo tra le auto che procedono incolonnate e le moto zizzaganti e tuffarsi nel vicolo senza mai aver suonato il clacson per poi sparire sobbalzando come una bestia ferita diretta all’estinzione. Come il tirannosauro che senza bisogno di barrire si fa strada tra i velociraptor annichiliti al solo rimbombo dei suoi passi.

Tra pochi minuti il camion della sabbia farà ritorno scarico e si immetterà sulla provinciale quasi impennando, apripista risoluto di due camion molto simili che lo seguono a ruota, condotti da camionisti dalla guida analoga ma non uguale. Certo encomiabili, abilissimi anche loro a districarsi nei grovigli, ma il capofila è un fuoriclasse come ne nasce uno ogni cinquant’anni, un purosangue cui si vorrebbe avere l’onore di stringere la mano un giorno o l’altro. Qui dove c’è il camion della sabbia che prima irrompe e poi erompe, c’è, sempre qui ma su un’altra strada, un po’ di neve, come già detto, che è caduta e poi ha quasi smesso di cadere in un’epoca diversa ma che nell’eterno presente della memoria è sempre questa. Ho lasciato la tavola e mi sono portato alla finestra. Mi guardo furtivamente in giro per verificare che nessuno badi a me. Con dita febbrili scosto il tendaggio e sbircio in strada. Le creature ancora sono lì: vanno avanti e indietro sulla neve come lupe affamate. Vibrano di aspettativa, come ucronici re magi  arrivati alla grotta anzitempo, prima del parto divino. Continuo a guardare le donne, le guardo dall’alto come se a spiarle non fosse il mio occhio ma l’occhio stesso di dio. Il cielo tra i tetti ha perso il suo soffocante alone bianco, la neve ha smesso del tutto di cadere, c’è qualche stella, niente luna. Getto ancora un’occhiata in strada per fissare nella retina la visione delle creature esotiche che ancora vanno avanti e indietro impellicciate, di tanto in tanto ruotando su se stesse come mannequin intente a mostrare il capo in vendita. Riaccosto la tenda, riprendo fiato. L’aria odora di ostriche e champagne, di grancevola e aragosta, di risotto alla Rossini e pernici al vino bianco, di cotechino, di lenticchie e di scarola, di vini bianchi e rossi, di liquori americani, di fumo di sigarette inglesi e americane, di profumi francesi, di lanosi genitali femminili, di aliti, di panettone farcito e di pandoro, di zucchero a velo, di argenteria lucidata con il Sidol, di bontà di maniera, di soldi: l’odore del natale tra ricchi. Mamma è in piedi che impartisce alla servitù ordini molto precisi su come rigovernare. Papà, che siede ancora a capotavola, posa una mano sul braccio di Leonida Vandali seduto alla sua sinistra e scoppia a ridere di gusto cercando gli occhi del cugino acquisito con sguardo imperioso, come a impartirgli di ridere a sua volta. Probabile che parlino di donne, non delle rispettive mogli: di donne perché, dopo una risatina di compiacenza, Leonida continua a sorridere senza distogliere lo sguardo, continua a guardare papà con quei suoi occhi alla Robert Mitchum, l’occhio sinistro perennemente strizzato che ammicca al mondo, del quale in fin fine non gli importa uno iota. Appartiene al ramo cadetto dei Vandali con il grado di conte, credo, e ora sprizza giovialità da ogni poro dello smoking, esibendo dalla luce di quell’occhio semichiuso una composta voglia di vivere e una sovrana indifferenza verso tutto ciò che non è consono ai suoi orizzonti di piacere, di cui la conversazione in corso deve evidentemente far parte. Un maestro dell’arte di vivere, la cui dottrina a suo modo epicurea mal si concilia con la filosofia tetra, ecclesiale del ramo principale, quello dei duchi, gli austeri Vandali fratelli di mamma, alla cui tavola sederemo domani per il pranzo di natale, e che, dopo la perdita di mia sorella, tanto si daranno da fare, il Senatore in testa, per infliggere dolore supplementare al dolore già immenso della nostra famiglia.

Ora molti ospiti hanno lasciato la tavola e cercano di richiamare l’attenzione di mamma con rapidi guizzi oculari e con disarticolati movimenti delle mani: si preparano, come ogni anno, a nascondere la voglia di tornarsene a casa e cavarsi le scarpe dietro ai complimenti per la perfezione della cena e per l’ineccepibilità delle portate. La tavola l’ha preparata lei stessa, mamma, dedicandosi a ciascun particolare con la cura di un miniaturista del Quattrocento e con la perizia di un mastro d’ascia dei secoli scorsi. Ha cominciato tre giorni fa lasciando planare sul tavolo lungo quanto un battello la tovaglia di fiandra molto ampia, che prima dell’atterraggio ho visto gonfiarsi come una vela di maestra. Per celebrare la cerimonia mamma si è avvalsa dell’aiuto per così dire marinaresco delle tre più fidate cameriere, non pescate ma selezionate in base a rigidi criteri di età e di affidabilità nell’equipaggio delle cinque cameriere che quattordici ore su ventiquattro servono la casa con gli onori dovuti a un panfilo reale. Tre giorni fa mamma, dicevo, ha iniziato a preparare la tavola con i suoi sottufficiali di marina e ha finito oggi pomeriggio insieme a me collocando nella posizione designata i segnaposti d’argento a forma di usignolo – il nome dell’invitato scritto a inchiostro nero su cartoncino bianco, poi infilato nel becco dell’usignolo che, così, non potrà più cantare. In fase di allestimento ho dovuto insistere a lungo per strapparle il permesso di preparare personalmente al biglietto di Leonida. Alla fine l’ho spuntata: con le forbici per la cancelleria ho ritagliato il cartoncino Bristol (anziché un rettangolo ne è uscito un trapezio scaleno), poi mi sono sbizzarrito con la Parker 51 di mamma, cui lei, sensibilissima alla sensibilità del pennino, tiene come a un oracolo. Mi sono sbizzarrito, dicevo, in strategici svolazzi alla L e alla N, volute elaborate che però alla fine mamma ha mostrato di non apprezzare sia dal punto di vista estetico sia, soprattutto, perché, a detta sua, i miei arabeschi hanno compromesso per sempre l’originaria rigidità della nervatura del pennino. A mamma piacciono le cose fatte perfettamente, come l’apparecchiamento della tavola, a me piacciono le cose fatte originalmente, come il triplo ricciolo sulla sommità della L e le gambe lobate della N di Leonida. Nemmeno, ha apprezzato che, passando un dito su un piatto, abbia ponderato che la tavola preparata con tre giorni di anticipo avrebbe accolto gli ospiti ormai coperta di polvere. La polvere non ha cittadinanza in casa nostra, ha detto con le labbra appuntite e le sopracciglia aggrottate, l’acme della rabbia consentita e manifestabile a un sangue blu o a un mezzo sangue blu quale sono io senza profanare i paradigmi della sua educazione principesca o ducale che sia. Mamma non ama la mia ironia, in contropartita ama molto la mia sensibilità, una qualità per cui mi ha confessato di ringraziare dio ogni giorno. Personalmente, per la mia sensibilità (sempre che sia una qualità), troverei più umano che ringraziasse se stessa, papà e un poco anche me, ma se la mettessi a parte di questa mia speculazione vedrebbe la cosa sotto una luce di ironia non gradita come sempre. Su temi come questo, così come sui massimi sistemi, non c’è verso di trovare un punto di incontro. Mamma è dogmatica per lignaggio e per conforme educazione, io sono volubile per una forma di ribellistica pazzia che in nome di una verità sempre mutevole si oppone, sempre, ai manierismi di quel lignaggio e non solo di quello.

Ora, mentre sono ancora alla finestra, ma di spalle, la vedo irrigidirsi e intimare alla più giovane delle cameriere di precederla in cucina. Labbra e sopracciglia sono già sul piede di guerra. Mamma esce di scena e starà dietro le quinte fino alla fine della sfuriata contro l’imperfetta cameriera, sfuriata che, dato il sangue completamente rosso della vittima, sforerà i limiti della noblesse oblige e verrà sentita anche nel cavedio adiacente, separato dalla cucina da una parete sormontata da un vetro sottile, dove si trova mia sorella intenta a deliziare i cani con gli avanzi della cena e che, natale o non natale, monterà a sua volta su tutte le furie per la disumanità mostrata da mamma nei confronti della povera ragazza, o meglio, della ragazza povera. Nel frattempo, papà si è alzato per avvicinare la moglie di Leonida, una donna bellissima che ha una figlia bellissima, la quale per tutta la cena non ha avuto occhi che per mio fratello maggiore, il cui viso sembra di porcellana tanto è bello a sua volta – una copia più giovane del giovane Delon. Mi allungo sul tavolo e arraffo dal centrotavola una mezza dozzina abbondante di roselline rosse destinate alle invitate al momento del congedo, precedentemente liberate dalle spine a una a una da mamma con le forbici per i fiori e da me con le sue forbicine da cucito, cui, secondo mamma, alla fine ho rovinato il filo delle lame. Agguanto le rose e mi dileguo ridicolmente agghindato come sono. Camicia bianca, cravatta blu, maglioncino a V di lana merino anch’esso blu, pantaloni al ginocchio di gabardine grigio con tre bottoni blu ai lati (cuciti due dita sopra l’orlo), calzettoni blu, mocassini neri. Secondo mamma, la tenuta perfetta, l’unica ammissibile a un pranzo di gala. Secondo me, malgrado l’uniformità quasi assoluta della tinta scelta da lei, quei calzoni corti con quei ridicoli bottoni di ricambio ai lati sono la mise perfetta per un clown che non fa ridere. Va da sé che anche quest’anno i pantaloni lunghi mi sono stati negati perché sono ancora troppo piccolo. A quel punto mi sono chiesto quanto dovesse essere piccolo mio fratello minore. Poco fa mi sono risposto che l’essere stato accompagnato a letto in braccio alla governante subito dopo aver dato il bacio agli ospiti prima di cena dà la misura della sua infimità. Lancio uno sberleffo agli sguardi assassini dei mandarini su seta che rivestono le ante dell’armadio all’ingresso e senza aprirlo per indossare il loden (blu) mi precipito cavalcioni lungo la ringhiera dello scalone. Apro il portone e sono fuori.

Attraversai la strada con le mie rose strette in pugno, e anziché guardare dove mettevo i piedi, procedevo sul marciapiede con lo sguardo alto come se a terra la neve non ci fosse. C’erano solo loro, le creature a lungo spiate alla finestra, che ora lampeggiavano, se non nella notte, nei complessi desideri dei miei occhi. Adesso non c’erano vetri a separarmi da loro, non c’era l’altezza a tenermele lontane. Al contrario, marciavo alla loro volta deciso a compiere un destino immanente che non poteva essere che il mio, tanto forte, quel destino, mi batteva nel petto. Procedevo, piccolo com’ero, e loro si facevano più grandi a ogni passo. Alla mia vista avevano cessato di passeggiare avanti e indietro e si erano infine aggruppate l’una accanto all’altra come un unico animale a tre teste che ora mi guardava attento, seriamente incuriosito. Una era rossa, una bionda, una mora. La mora era la più bassa delle tre e stava in mezzo alle altre due come il cucciolo tra le zampe degli animali adulti. Portava una pelliccetta consunta di leopardo e indossava lunghi stivali chiari, scamosciati, le punte scurite dalla neve. Era lei che volevo. Presi il mazzetto e per nasconderle che era la prescelta allungai tre rose a testa alle altre due. Quando fu il turno della mora, le diedi le rose rimaste. Prese le rose e se le portò al naso. I fari di due auto provenienti da opposte direzioni la illuminarono, e lei fu al centro di una stella. Che buon profumo, disse. Aveva occhi neri e vellutati. Però sono due, disse. Mi spiace, borbottai a occhi bassi, pentito di aver distribuito troppe rose alle altre. Che nel frattempo si erano allontanate e ora aspiravano lunghe boccate da sottili bocchini di bachelite, e non smettevano di ringraziarmi in forma di coro gentile, quasi sommesso, interminabile, mentre si producevano nel loro ricorsivo andirivieni, su e giù come monache in cella facenti parte di una qualche congrega di fumatrici di clausura perennemente assorte in quella litania ripetitiva.

Le rose non si regalano mai in numero pari, disse la morella. Sorrideva. Sotto la luce del lampione una sbavatura di rossetto le brillava su un canino. Guardavo alternativamente il velluto di quegli occhi e quella macchia di rossetto, come se il mio destino, ora, fosse quello di compiere una scelta irrevocabile su dove posare l’unico bacio concessomi dal fato. Perché no? dissi. Ma come, la tua mamma non te l’ha insegnato? Le rose si regalano sempre in numero dispari, disse. Perché, dissi io. Perché è così, c’est la vi, disse lei passandosi il dorso della mano sulla fronte. Tornai a abbassare gli occhi, avvilito. Tieni, disse, questa è per te, e con le labbra sfiorò una rosa e me la mise in mano. Buon natale, disse. Annusai la rosa e fui lì lì per baciarla a mia volta. Ma poi ponderai di chiederle il permesso di baciare direttamente lei, un bacio innocente e umile, anche un bacio all’orlo sdrucito della sua pelliccia odorosa sarebbe andato bene, ma in quel momento sentii sbattere la porta di casa. Era Leonida. Teneva sottobraccio la sua bellissima moglie, e la loro bellissima figlia li seguiva. Leonida mi gettò un’occhiata e strizzò l’occhio buono come a impartirmi una qualche lezione di vita incomprensibile ma da cui promanava una forma di perversità laida, sinistra. Sua moglie non si accorse di niente o recitò la parte a meraviglia. La figlia fece ancora qualche passo, poi girò indietro la testa e mi guardò con riprovazione. Il suo primo e ultimo sguardo in tutta la sera. Dopodiché sorrise alzando il labbro superiore, come una cane, tornò a raddrizzare la testa e svanì nella notte insieme ai suoi.

Scappai via e attraversai di corsa, inciampando di continuo nella neve. La morella quasi gridava quando disse Ciao bello, sempre dispari, sempre dispari, sei carino tu. Non trovai il coraggio di voltarmi, eppure riuscii a inciampare sul cordolo del marciapiede opposto. Caddi a terra sulla neve dura come vetro e mi sbucciai un ginocchio e le palme delle mani, e amai quelle tre donne, le amai perché non le sentii ridere di me.

Salii le scale con la rosa stretta al petto: quella rosa non era la stessa rosa che avevo sottratto al centrotavola, non era più una delle rose rubate a mamma e alle sue invitate, adesso era la rosa mistica che una divinità del natale aveva voluto donare proprio a me. Evitai il salone e andai direttamente in camera mia. Smisi di odorarla e senza trovare il coraggio di baciarla la adagiai tra le pagine dei Viaggi di Gulliver, tra le ultime pagine, là dove il sovrano equino degli houyhnhnm parla delle relazioni, del potere e dell’amore; e per quella notte non guardai più dalla finestra, e oggi che da quel natale sono passati secoli interiori e ogni cosa di quel tempo è andata disfatta e porto alla bocca fette geometriche di mango, quelle pagine, l’inchiostro di quegli amori stampati, quella rosa che non ho mai baciato vanno ancora in giro per il mondo in forma di atomi, e vivono ancora: con o senza il mio ricordo, vivono ancora.

 

Lamai, Samui, Th, 3 marzo 2019

© 2019 by Giulio Ranzanici – All Rights Reserved

Aggiungi commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *